Syracuse Orange: è l’anno buono per vincere?

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Ogni anno, nei ranking prestagionali del College Basket, Syracuse viene indicata nel novero delle favorite per vincere. Un segno che il lavoro di coach Jim Boeheim, prossimo ai 70 anni e dal 1969 in serpa agli Orange (7 anni da assistente poi dal 1976 capo allenatore), è sempre impeccabile e di altissimo livello, come guida e recruiter. Ma il fatto che il titolo, finora unico nella storia dell’ateneo, non arrivi dal 2003 quando a New Orleans la squadra fu trascinata dalla matricola Carmelo Anthony, indica che manca sempre quel pizzico di fortuna/cattiveria/istinto che serve a tagliare l’ultima retina. Da quest’anno Syracuse ha cambiato conference, non più nella Big East ma nella super competitiva ACC: finora non sembra che ne abbia risentito visto che la squadra in divisa arancio è imbattuta (19-0, 6-0) ed è numero 2 del ranking nazionale dietro ad Arizona.

Come da tradizione, o meglio, da quando c’è Boeheim, Syracuse si distingue per la difesa a zona 2-3 in tutti e 40 i minuti di gioco mentre l’attacco, non essendoci un Carmelo Anthony, ma nemmeno un Dion Waiters, si basa su un ritmo controllato e un gioco che coinvolge tutti gli interpreti. La forza di questa edizione di Syracuse deriva da un gruppo molto forte e profondo, con tanti giocatori con caratteristiche diverse e peculiari. Il fucile è Trevor Cooney, guardia bianca che ricorda Jerry McNamara, letale dall’arco e in generale al tiro (13.5 di media col 42% da tre e cinque volte oltre i 20 in stagione). Il faro è CJ Fair, l’ala mancina, miglior marcatore della squadra con quasi 17 punti di media e 6 rimbalzi: è lui a prendersi le responsabilità maggiori, il più esperto, il giocatore in grado di punire sia fronte, sia spalle a canestro, dotato di atletismo e buona tecnica. Fair è stato il protagonista della vittoria del Maui Invitational alle Hawaii ed è stato nominato MVP del torneo.

Vicino a canestro si alternano il senegalese Keita, DeJuan Coleman (prima di chiudere la stagione per un’operazione alla gamba) e Rakeem Christmas, che viaggia a quasi una stoppata e mezza di media: tocca a loro difendere la vernice nella zona 2-3 e in attacco fare lavoro sporco con blocchi, rimbalzi e riferimenti vicino al ferro. La variabile impazzita, il dark horse, è Jerami Grant, figlio di Harvey e nipote di Horace, ex di Bulls, Magic e Lakers negli anni ’90. Jerami è di fatto un’ala piccola con notevole atletismo e discreti fondamentali che non tira mai da tre (deve migliorare in chiave NBA) ma viaggia a quasi 13 punti di media ed è il miglior rimbalzista della squadra con 6.6 a sera. Sono sue di solito le giocate di energia, le schiacciate che gasano il pubblico e cambiano l’inerzia del match: a volte manda Boeheim fuori dagli stracci ma passano certamente da lui i possibili successi degli Orange in stagione.

Last but not least Tyler Ennis. Si tratta dell’ennesimo canadese in NCAA (non ci sono solo Wiggins, Pangos e Stauskas) ma questo sta scalando posizioni in chiave Draft 2014 in maniera esponenziale. Il playmaker freshman (24 agosto 1994 sulla carta d’identità) dall’Ontario si è inserito in punto di piedi ma ora è sempre più il leader assoluto degli Orange. E’ un regista vecchio stile che pensa prima al passaggio che al tiro, non è un super atleta ma ha tiro da fuori e in penetrazione è solido visto il fisico ben messo che gli permette di resistere ai contatti. Ennis ricorda una sorta di Greivis Vasquez anche se un filo più atletico e con più potenziale: viaggia a 12 punti, 3 rimbalzi, oltre 5 assist e 2.5 recuperi a sera col 40% da tre, cifre di tutto rispetto in un sistema così equilibrato. Il suo career high sono i 28 punti contro California e dopo gli zero punti ma con 9 assist nella facile vittoria su Eastern Michigan (non servivano i suoi punti) ha infilato sei gare in doppia cifra. La maturità con cui gioca ad appena 19 anni è impressionante e soprattutto è sempre lui a prendersi e a mettere i tiri decisivi.

Finora in stagione Syracuse, sesta in nazione per punti concessi (57.8) e settima per recuperi (9.3), ha rischiato poche volte di perdere ma ha comunque saputo gestire i finali equilibrati e in volata (49-44 contro Miami, 59-54 con Pittsburgh). E’ sicuro che i match degli Orange non sono troppo spettacolari, non si vedranno mai partita agli 80, 90 o addirittura 100 punti, ma ‘Cuse è una squadra solida ed è altrettanto certo che farà molta strada nel Torneo NCAA.

1 commento

  1. Secondo me sono i candidati principali all’upset nella march madness: i giocatori di riferimento non garantiscono carisma/sicurezza quando le partite conteranno davvero, non hanno schemi sicuri per situazioni di punto a punto e la difesa (per quanto sopra la media) non mi sembra in grado di tenere sotto i 65-70 squadre con il potenziale offensivo di Ohio State, Arizona, Kansas, Duke, Kentucky.
    Spero di sbagliarmi perché gli Orange di Melo sono la squadra che mi ha fatto appassionare alla MarchMadness.

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