Grazie di tutto Dusan Ivkovic

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Farà un po’ effetto non vederlo più su una panchina di Euroleague perché in fondo Dusan Ivkovic era un po’ la storia di questa competizione. L’allenatore serbo, 73 anni il prossimo ottobre, si congeda dal basket continentale, salutando la Euroleague dopo più di 400 panchine. Una scelta meditata da tempo, culminata con la sconfitta del suo Efes nell’ultima difficile stagione.

Difficile ripercorrere la carriera di Ivkovic senza versare qualche lacrima di nostalgia. La storia del guru serbo ci riporta in un’epoca passata della palla a spicchi, un universo molto lontano dai fasti odierni della Euroleague. Fratello di Slobodan Ivkovic, altro allenatore di prestigio, e imparentato da parte di madre con lo scienziato Nikola Tesla, Dusan muove i primi passi nel Radnicki Belgrado, rimanendo nella capitale per dieci anni. Allora non c’era ancora la distinzione tra serbi e croati, ma solamente la Jugoslavia: un paese che sotto il colonnello Tito conobbe diverse contraddizioni, una povertà sfrenata ma anche un talento indiscusso nella pallacanestro. Dusan è cresciuto in una realtà difficile, costruendosi quel carattere duro che ha sempre contraddistinto il suo lavoro e la sua etica. Il legame con la capitale non si interruppe mai, testimoniato dal ruolo di presidente del Radnicki che tutt’oggi riveste. Nell’estate del 1978, il Partizan gli affidò appena trentacinquenne la panchina scrivendo il primo capitolo di una storia durata trent’otto anni. Al primo anno vinse subito la Coppa Korac.

Ben presto le sue competenze lo portarono ad affermarsi in tutta Europa, passando in pochi anni all’Aris e al Paok. Poi l’investitura in patria con l’ingresso nello staff tecnico della Jugoslavia. Alle Universiadi del 1983 condusse la Jugoslavia all’argento contro i padroni di casa del Canada. Ad Edmonton Ivkovic fece debuttare un giovane molto interessante: Drazen Petrovic. Promosso capo allenatore nel 1988 alle Olimpiadi di Seul conquistò il secondo posto, perdendo la finalissima con l’Unione Sovietica.
Due anni dopo portò a casa l’Oro ai Campionati del Mondo in Argentina nel 1990, ma a quel tempo però la Jugoslavia era uno squadrone, infarcito dal talento di Kukoc (Mvp della competizione), Divac e Petrovic oltre che un trentenne che avrebbe intrapreso una interessante carriera da allenatore: Obradovic. Resta il rimpianto, enorme, delle Olimpiadi di Barcellona 1992, con la sanzione del CIO e l’estromissione di ciò che restava della Jugoslavia. Il Dream Team di Jordan e Bird viaggiò indisturbato verso l’oro, ostacolata solo dalla Croazia di Petrovic. Negli anni seguenti riuscì anche a vincere tre Europei con la Jugoslavia, oltre che una medaglia d’argento nel 2009 con la Serbia. Tanti i campioni cresciuti al cospetto di Ivkovic, da Toni Kukoc a Vlade Divac, da Theodoros Papaloukas a Milos Tedosic. Sul migliore però ci sono pochi dubbi, con quel legame quasi paterno istaurato con Petrovic, lui un croato di Sebenico cresciuto agli ordini di un serbo di Belgrado. Indimenticabili le lacrime versate al funerale del Mozart dei canestri, in una rara occasione in un Ivkovic ha mostrato pubblicamente le proprie emozioni.

A livello di club Ivkovic vinse la Coppa Campioni con l’Olympiakos nel 1997, regalando al Pireo la prima competizione continentale. Poi il capitolo Cska Mosca in un triennio in cui conquistò altrettanti campionati russi. Non arrivò il successo continentale, nonostante tre partecipazioni alle Final Four, ma ci piace pensare che i futuri successi di Messina con l’armata rossa siano anche figli del lavoro di Ivkovic. Il passaggio ai cugini della Dinamo Mosca gli frutta l’Eurocup nel 2006, prima del grande ritorno al Pireo. Trascorse un anno a studiare lo squadrone ereditato da Giannakis e in estate, complice la crisi greca, rinuncia a Kleiza, Teodosic e Bourussis per puntare su un gruppo di giovani guidati dal leader Spanoulis. Con un team di poche speranze raggiunse le Final Four di Istanbul, prendendosi la soddisfazione di battere il Panathinaikos nel derby greco della semifinale. In finale incrociò il Cska Mosca di Kazlaukas, forte di un gruppo che annoverava Teodosic, Kirilenko, Kaun, Shved e Siskauskas; l’Armata Rossa dominò gran parte del match, toccando anche i 21 punti di vantaggio. Il secondo tempo resta un capolavoro tattico di Ivkovic che riuscì a risollevare un match ampiamente compromesso. Gli errori dalla lunetta di Siskauskas e il lay-up di Printezis sulla sirena regalarono al guru serbo la seconda Euroleague. Il trionfo di Istanbul è probabilmente il successo più prezioso di Ivkovic.

Dopo la stagione deludente chiusa con l’Efes e complice il rapporto burrascoso con il presidente Ozihan, Ivkovic ha deciso di concludere la carriera da allenatore. Ad Istanbul sarà sostituito da coach Perasovic, altro erede di Argentina 1990, perché in fin dei conti ogni allenatore Euroleague ha appreso qualche cosa da Ivkovic. Di Dusan ci mancheranno tante cose, la leadership, il carisma, e quello sguardo da anziano saggio con cui pietrificava i giocatori. Ecco forse quello sarà difficile da apprendere per chi non è cresciuto nella Jugoslavia degli anni ’80 e ’90.

Grazie di tutto Dusan.

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