“Lunghi atipici”: anche in Serie A sono fondamentali

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Il ruolo di centro nella pallacanestro moderna sta prendendo una direzione impensabile fino a qualche anno fa, quasi surreale. Assolutamente niente a che vedere con i pivot tipici degli anni ’80-’90, quei giocatori che prendevano posizione vicino al ferro pronti a ricevere, “un palleggio, semigancio e canestro“.
L’evoluzione del gioco ha affievolito parecchio la distinzione tra i diversi ruoli in campo. Per poter essere competitivo, oggi un pivot deve essere in grado quantomeno di: puntare il suo avversario mettendo palla a terra, tirare da tre punti, mettere un compagno in condizione di segnare. Tre requisiti completamente al di fuori di ogni logica rispetto al basket di qualche decennio fa.

Questo processo ha recentemente subìto una netta accelerazione da quando in NBA si sono messi in mostra giovani prospetti come Embiid, Towns e Jokic, giocatori che ora stanno letteralmente stravolgendo il modo di interpretare quel ruolo. Nello stesso tempo è nata la moda dei cosiddetti “quintetti piccoli”, con un lungo atipico e quattro giocatori rigorosamente perimetrali. Ora questi tipo di quintetti stanno prendendo piede anche in Europa, portando ad un radicale cambiamento nell’assetto tecnico-tattico dei vari team.

Che giochi in coppia con un altro pivot o da solo, come unico giocatore sopra i 200 cm, il “lungo atipico” risulta spesso decisivo per la sua capacità di adattarsi a molteplici situazioni tattiche. Che debba ricevere palla all’interno del pitturato o alzarsi da tre punti dopo aver portato un blocco, poco cambia; il pivot 2.0 può diventare offensivamente devastante! Se gestito nella maniera adeguata dal coach, è spesso in grado di cambiare l’inerzia delle partite grazie alla sua duttilità, risultando spesso decisivo ai fini del risultato.

Sono infatti pochissime, ad oggi, le squadre di Serie A senza un giocatore del genere. Anzi il campionato italiano può “vantarsi” di aver degli ottimi interpreti in quel ruolo, giocatori che a livello statistico stanno facendo registrare buone performance.

Indubbiamente il primo giocatore che può venire in mente in questo momento è Filippo Baldi Rossi, fresco vincitore della gara del tiro da tre punti durante il weekend della Final Eight. Quantomeno strano il fatto che un giocatore di 207 cm, che di mestiere dovrebbe essere ala/pivot, vinca una competizione del genere, ma questo è un dato emblematico che fa capire bene la direzione che sta prendendo la pallacanestro moderna. Baldi Rossi è inoltre uno degli artefici principali dell’ottimo momento che sta vivendo Trento, non a caso MVP nella vittoria a Reggio Emilia nell’ultimo turno di campionato, con numeri da vero fuoriclasse: 26 punti (2/3 da due, 5/6 da tre, 7/9 ai liberi), con 6 rimbalzi e 7 falli subiti, per un totale di 31 di valutazione. In media quest’anno sta viaggiando a circa 10 punti, tirando col 38% da tre (31/81).

Altri giocatori che rientrano nella categoria di “lunghi atipici” e che si stanno dimostrando capaci di calarsi in questa nuova dimensione sono Milan Macvan e JaJuan Johnson.

Il primo doveva avere un ruolo solo marginale nel roster di Milano che aveva deciso di puntare molto su Raduljica, salvo poi pentirsene anche a causa dell’incapacità del lungo ex Panathinaikos di tenere difensivamente sui 5 “mobili”. Col passare del tempo, Macvan è diventato una pedina fondamentale negli equilibri di Milano, risultando il primo in tutta la Serie A nella classifica plus/minus (7.7). Le sue cifre quest’anno dicono 11.8 punti di media, tirando col 44% da tre (11/25).

Il secondo, leader di una Cantù ancora in cerca della sua identità, è forse l’unica nota positiva della sua squadra, per lo meno riguardo le cifre fatte registrare a livello individuale. Atletismo e capacità tecniche fuori dal comune lo rendono uno dei giocatori più difficili da marcare in tutta la Serie A. I suoi numeri finora sono in linea con quelli di un potenziale MVP della regular season: 5° nella classifica “punti” con 18.3, 5° nella classifica “rimbalzi” con 8.1, 4° nella classifica “stoppate” con 1.5, 3° nella classifica “valutazione” con 21.2. Nemmeno lui disdegna il tiro da oltre l’arco, tirando col 42% (19/45).

In una Serie A che al momento non è assolutamente all’altezza dei principali campionati europei, sono da sottolineare quelle circostanze in cui ci dimostriamo, per scelta o per necessità, “al passo coi tempi”. Che piaccia o meno, questo nuovo modo di interpretare il gioco sta diventando la “normalità”, tanto che tra un po’ sarà fuori luogo definirlo “atipico”. Il lungo 2.0 è evidentemente il futuro e, a quanto pare, anche il presente della pallacanestro.

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