Playoff lontani, senza identità, zero divertimento: viaggio nella crisi di Charlotte

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Marco Belinelli - © 2016 twitter.com/hornets
Marco Belinelli – © 2016 twitter.com/hornets
Al novero delle grandi delusioni di questa stagione vanno iscritti, senza ombra di dubbio, i Charlotte Hornets, franchigia giunta ai playoff soltanto pochi mesi fa e suggerita dai più come probabile outsider anche quest’anno. Un cammino altalenante, fatto di confortanti strisce positive e deludenti serie negative, hanno fatto piombare il team di His Airness in un alone di anonimato, classico delle squadre con poco appeal e senza un passato glorioso alle spalle, che rischia di far allontanare ulteriormente quel poco di entusiasmo costruito nelle ultime positive stagioni attorno alla franchigia.

Ventidue sconfitte nelle ultime trentadue partite disputate, addirittura dodici sconfitte maturate nei tredici match giocati a cavallo fra il 23 gennaio e il 23 febbraio, 0 vittorie in 7 match contro le top 3 dell’Est, un record di 29 vittorie e 37 sconfitte che vale lo sconfortante undicesimo posto della Eastern Conference: questa è l’emblematica situazione che caratterizza la squadra di Michael Jordan, proprietario che, nonostante la pazienza vantata nei confronti di allenatore e roster, potrebbe anche decidere di fare tabula rasa a fine stagione.

Quali sono le principali criticità che hanno fatto crollare le ambizioni di Buzz City? Si parta sicuramente da un roster piuttosto povero qualitativamente e quantitativamente, ruotante attorno a due singole figure: Kemba Walker e Nicolas Batum. I due giocatori, autori finora di prestazioni individuali di alto livello (23 punti, 5 assist e 4 rimbalzi di media il primo; 15 punti, 6 assist, 7 rimbalzi di media il secondo), sono le uniche pedine dello scacchiere di Steve Clifford in grado di fare punti, dare ritmo ed energia ai compagni, imporre la leadership nello spogliatoio. Nonostante si possano considerare due grandi giocatori, evidentemente, mancano di quel pizzico di carisma e di qualità, proprio solo delle star di questa Lega, in grado di spostare in positivo le sorti di una franchigia. Necessitano, perciò, di una squadra congeniale alle loro caratteristiche, di compagni di squadra e di un modello di gioco che possano far girare al massimo l’intero roster.

Probabilmente è tutto ciò di cui è carente Charlotte, caratterizzata da un roster di livello mediocre se comparato alle ambizioni di inizio stagione, e con uno stile di gioco che non porta benefici. Se si da uno sguardo ai movimenti effettuati durante la precedente off-season, ci si rende conto di come la squadra si sia soltanto indebolita: è partito uno dei migliori sixth-man della scorsa stagione, Jeremy Lin; uno tra i più affidabili 3&D della Lega, Courtney Lee; un veterano come Al Jefferson. Di contro sono arrivati: Marco Belinelli, più scorer ma meno difensore del suo pari ruolo; Ramon Sessions, che a differenza di Linsanity non ha lo stesso impatto in uscita dalla panchina; Roy Hibbert, centro che, dopo le annate gloriose ai Pacers, sembra aver imboccato una triste parabola discendente. Peggio ancora è stato fatto durante l’ultima fase di mercato, quando lo stesso Hibbert, più un valido lungo in uscita della panchina del calibro di Spencer Hawes, sono stati spediti a Milwaukee in cambio del modesto Miles Plumlee. Una confusione ed un incertezza tali, per cui è lecito che i fans si chiedano che sorte attende la loro squadre del cuore, soprattutto quali progetti abbia la dirigenza per le stagioni a venire. Domande per le quali probabilmente, in quel di Charlotte, non si hanno risposte!

Tuttavia, se gran parte delle colpe ricadono su società e giocatori, Steve Clifford non ne è certo esente, reo di aver smarrito quell’identità di squadra arcigna, tosta e pragmatica, che aveva caratterizzato i calabroni dal 2013, anno dal quale siede sulla loro panchina. Da quando Clifford è sul pino di Buzz City, il suo team è stato sempre fra le difese top 5 della Lega, con una media di punti subiti che non ha mai superato quota 100 punti. Quest’anno invece sembra che, in favore di un live miglioramento sul lato offensivo, sia stata sacrificata la caratteristica che aveva reso gli Hornets una squadra competitiva: per l’appunto la fase difensiva, che quest’anno attesta una media di 104 punti subiti a partita.

Nonostante tutto, però, qualche piccolo segnale di miglioramento si è intravisto nelle ultime settimane, quando il team diretto da coach Clifford è stato in grado di ottenere 5 vittorie in 9 partite, rientrando, perlomeno aritmeticamente, fra le squadre che di qui a fine aprile si giocheranno l’ottava posizione nella divisione orientale. Certo è che le problematiche restano, le rivali corrono, appaiono più attrezzate, Buzz City ha bisogno di recuperare l’entusiasmo!

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