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Barnes, Noel e l’ultima stagione di Nowitzki: cosa serve in più ai Mavericks per tornare ai playoff?

Harrison Barnes & Dirk Nowitzki - © 2017 twitter.com/dallasmavs

Harrison Barnes & Dirk Nowitzki – © 2017 twitter.com/dallasmavs

Per una squadra che dal 2000 ad oggi ha mancato l’appuntamento con i playoff soltanto una volta, nel 2012/13, prima di quest’anno, la recente regular season potrebbe descriversi come una cocente delusione. Eppure, non ci si aspettava altro ai blocchi di partenza di questa annata, rivelatasi fallimentare come da pronostico per i Dallas Mavericks, per la prima volta con un record negativo, e nemmeno di poco (33-49), dal lontano inizio secolo.

Deludenti in attacco, dove hanno scalato le posizioni appena fino al 23° posto con un offensive rating di 103.7, imperfetti in difesa, pur nella media generale NBA di 106.3 punti subiti ogni 100 possessi. Il totale regala un misero net rating di -2.6, utile soltanto a tenersi alle spalle le peggiori realtà attualmente presenti sul palcoscenico. Le partite dei Mavs si giocano al rilento, se è vero che nei numeri a partita i texani sono ultimi nella Lega per punti segnati, appena 97.9, quasi tre in meno dei Grizzlies sopra di loro (100.6), ed hanno la quarta miglior difesa per punti subiti a partita, 100.8. Ultimi a rimbalzo, con appena 38.6 palloni raccolti di media, appena 27° per assist, 20.8 a partita, capaci di vanificare l’ottimo fatturato in termini di palle perse, appena 11.9. Ora che Deron Williams ha lasciato la città, il solo J.J. Barea, affiancato da uno Yogi Ferrell sorprendente nel finale di stagione e da un Seth Curry decisamente più bravo quando si mette in proprio, il gioco offensivo necessita di una mente in grado di ridare vitalità, per non far andar perdute le qualità di un Harrison Barnes finalmente leader e di un Nerlens Noel arrivato per stupire.

È proprio questo il doppio punto di partenza da cui ripartire. L’ex Warriors ha alzato la propria asticella portandosi a 19.2 punti di media, con una percentuale reale al tiro del 54%, oltre a 5 rimbalzi e prestazioni di valore da primo violino che fanno ben sperare per il futuro. Noel, arrivato in una fenomenale trade a ridosso della deadline all’esiguo prezzo di Andrew Bogut, Justin Anderson e una seconda scelta, può rappresentare il futuro dei texani sotto canestro. Resta un prospetto ancora grezzo, ma 8.5 punti, con un insolito 71% ai liberi, e 6.9 rimbalzi in appena 22 minuti di impiego a partita potrebbero valere il prezzo del biglietto in sede di free agency e fruttargli una conferma a lungo termine da parte di Mark Cuban. Le sue condizioni fisiche restano un’incognita su una carriera che avrebbe potuto donargli maggiori soddisfazioni, ma Dallas sembra il posto giusto per fare il salto di qualità.

Se Ferrell ha stupito il mondo con la sua prestazione da 32 punti e 9/11 da tre punti contro i Sixers e si è poi confermato a 9.6 punti e 4.3 assist di media, che dovrebbero valere all’undrafted un’economica riconferma in estate, la vera sorpresa della stagione di Dallas si chiama Curry. Non è Steph, è chiaro, ma il 42.5% da oltre l’arco in 4.6 tentativi a partita ricorda le percentuali del fratello e, se dovesse acquisire maggior sicurezza e cattiveria, potrebbe alzare ulteriormente le proprie prestazioni. Wesley Matthews verrà tagliato, con tutta probabilità, in estate per far spazio nel caso in cui qualche pezzo grosso volesse accasarsi a Dallas in free agency. Dopo tante delusioni estive negli anni passati, il 21° peggior record dell’anno potrebbe fruttare un’ottima scelta al Draft e qualche giocatore di qualità potrebbe decidere di andare a completare un roster cui manca una stella di primo valore per poter ambire ai posti che contano.

Per fare in modo di salutare degnamente lo straordinario Dirk Nowitzki, quest’anno scollinato oltre quota 30.000 punti in carriera, sesto di sempre a riuscirci. Sarà la 20esima e ultima annata per il giocatore tedesco, che vuole assaporare un ultimo assaggio del basket che conta prima di dare il suo addio allo sport di cui è stato leggenda.

 

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