Bruno Cerella in esclusiva a Basketcaffe: archiviata la stagione, pronto a partire per l’Africa con Slums Dunk Onlus

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Bruno Cerella - Foto Facebook
Bruno Cerella – Foto Facebook
Da qualche tempo, noi di Basketcaffe stiamo cercando di far conoscere a tutti il progetto Slums Dunk Onlus, fondato proprio da Bruno Cerella, giocatore dell’Olimpia Milano, con Tommaso Marino, che gioca invece a Treviglio. All’inizio della passata stagione ne avevamo parlato con Tommy Marino, che ci aveva raccontato come erano andati i loro progetti quell’estate (2015).

Stavolta invece abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Bruno Cerella che, conclusa anzitempo la stagione, si sta preparando a partire per l’Africa, destinazione Ndola (Zambia), dove l’anno scorso è stata aperta una nuova Basketball Academy, targata Slums Dunk.

Tralasciando qualsiasi questione riguardante la deludente stagione di Milano, argomento ancora troppo scottante e su cui, al momento, nell’ambiente Olimpia si preferisce tacere, Bruno ci ha parlato un po’ della sua stagione e dei progetti che sta portando avanti con Slums Dunk:

Nell’ultima annata hai avuto l’onore di indossare ancora la prestigiosa maglia dell’Olimpia Milano: quali emozioni si provano ad indossare quella maglia? Come valuti oggi questa tua scelta, e più in generale la tua stagione? Hai già un’idea su quale strada intraprendere il prossimo anno?

Per me vestire la maglia dell’Olimpia Milano è sempre un piacere perché è bello indossare la maglia di una grande squadra che gioca per vincere in Italia e per competere in Eurolega. Ovviamente le pressioni sono maggiori. Ero consapevole che quest’anno il mio ruolo all’interno di una squadra del genere sarebbe stato delicato. Oggi, guardandomi indietro, penso che questa stagione, a prescindere dal fatto di non essere riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati, mi sia servita molto per la mia crescita personale. È stata per me una nuova esperienza. Nei momenti difficili che abbiamo passato in questi mesi, sono riuscito a lavorare su di me, sulla mia personalità, a guardare le cose da altri punti di vista, che è sempre importante. Per quanto riguarda la prossima  stagione, al momento non ci penso affatto. Nei prossimi due mesi voglio solo fare tanto allenamento, andare 20 giorni in Africa per il mio progetto Slums Dunk, divertirmi con la mia famiglia in vacanza in giro per l’Europa e aspettare che arrivino i miei amici dall’Argentina. Questo sarà il mio futuro prossimo, quello che farò nei prossimi due mesi. Per il resto si vedrà, quel che arriverà, arriverà. Sicuramente sarà bello affrontare una nuova stagione, mi auguro in maglia Olimpia Milano.

Ovunque hai giocato, sei sempre stato tra i giocatori più apprezzati dal pubblico, sia come giocatore ma anche come persona. Non a caso, nella serie playoff contro Trento, i tifosi milanesi invocavano a gran voce il tuo nome.  Secondo te, quali sono le caratteristiche che ti rendono un beniamino dei tuoi tifosi? Pensi che l’esperienza con Slums Dunk abbia influenzato il tuo modo di essere?

Penso che il mio modo di giocare è sempre molto apprezzato perché sono un giocatore che trasmette molta energia, la voglia di andare oltre le difficoltà nei momenti difficili, la voglia di divertirsi e di giocare sempre di squadra. Metto sempre al primo posto valori quali l’altruismo, la voglia di crescere insieme alla squadra, il lottare per obiettivi comuni. Mi fa molto piacere essere apprezzato dai miei tifosi, pur non ricoprendo un ruolo di primo piano. È una cosa che mi riempie di luce, mi da carica anche nei momenti difficili, ad esempio quando giocavo poco. Mi basta solo sapere che quando entro in campo, che sia un minuto o che siano dieci, posso sempre contare sul supporto delle persone che mi vogliono bene e vogliono vedermi lottare, che sia una partita che conta poco o che sia una finale. La forza mentale deve essere quella di essere presenti sempre e fare ciò che serve alla squadra, che sia passare una bottiglietta d’acqua durante un timeout o incoraggiare un compagno o rimproverarlo oppure giocare con la giusta intensità. Solo se ognuno interpreta il suo ruolo nel miglior modo possibile si possono raggiungere risultati importanti. È normale che non possiamo essere tutti ingegneri o astronauti, ognuno deve capire qual è il suo ruolo, così come nella vita. Per me non è un problema giocare meno. Anzi quest’anno mi sono divertito molto nell’”accompagnare” i giovani, aiutandoli nei momenti più delicati, portando esperienza e positività. Indubbiamente il progetto Slums Dunk mi ha dato molto sotto ogni aspetto della mia personalità, tra cui anche quelli che mi portano ad essere molto apprezzato dal pubblico. È un progetto che nasce proprio dal mio modo di essere e dal modo di essere di Tommy Marino. Secondo me tutte le persone al mondo avrebbero la possibilità di fare un progetto benefico, però qualcosa ti deve scattare dentro. 

Sappiamo che il primo gruppo, guidato da Tommaso Marino, è già in Africa per portare avanti tutti i progetti di Slums Dunk. Come stanno andando le iniziative già avviate e quali idee avete per il prossimo futuro?

Tommaso è stato a Nairobi, capitale del Kenya, dove la nostra Basketball Academy va avanti in modo solido da diversi anni. Questo è stato il nostro primo intervento, abbiamo costruito un campo, abbiamo formato giovani allenatori, creando un progetto sportivo in collaborazione con 10 primary schools nei dintorni della baraccopoli di Mathare, che contra circa 100.000 abitanti. Sono coinvolti bambini fino all’età di 15 anni. Il nostro obiettivo non è quello di cercare talento, ma di educare attraverso lo sport e creare nuove opportunità per questi bambini. Siamo riusciti ad organizzare tante bellissime attività e siamo contentissimi di tutto ciò. Ormai siamo diventati un punto di riferimento per tutti, non solo per i giovani. Nella nostra Basketball Academy si respira un’energia incredibile. Gli altri progetti, avviati successivamente, sono a Kisumu, sempre in Kenya (dove è Tommy in questo momento), e a Ndola, in Zambia, dove ci andrò io insieme a Michele Carrea. In Zambia la situazione è un po’ diversa, ma comunque sta nascendo un progetto molto interessante. Inoltre stiamo avviando nuovi progetti satellite, in collaborazione con altri villaggi dei dintorni, dove stiamo cominciando a formare gli allenatori, a mettere a posto i campi da gioco, sperando che queste collaborazioni possano rafforzarsi in futuro per poter creare progetti più grandi, sempre basati su educazione, salute e sport. L’obiettivo di questa estate sarà quello di consolidare i progetti già avviati, formando più personale, migliorando i campi da gioco, avviando nuove collaborazioni. Preferiamo fare tutto piano piano, perché ci piace fare le cose per bene. Essendo noi che portiamo avanti le attività preferiamo fare tutto con calma, anche perché a volte può risultare difficoltoso gestire le persone da lontano. Ma sicuramente, con il tempo, i risultati arriveranno. Già oggi siamo super contenti per il fatto che dopo 5 anni abbiamo tre Basketball Academy, partendo da zero, da un viaggio che ho fatto insieme a Tommy. Oggi bisogna essere realisti e dire che è un sogno, una cosa bellissima. Tra l’altro, sei nostri ragazzi hanno ricevuto borse di studio per merito sportivo in Kenya perché hanno vinto un torneo e sono stati visti da alcuni scout che lavoravano in un college che li hanno chiamati per fare la secondary school, che per loro è una grandissima opportunità. Senza dimenticare la storia di Teddy Ochieng, un ragazzo che sta aprendo la strada a molti suoi compagni, portando avanti quello che è il sogno di tutti. In questo momento infatti Teddy è negli Stati Uniti dove rimarrà per almeno tre anni, grazie ad una borsa di studio vinta per meriti sportivi in un college americano.  È un po’ come chi viene dal paese dove è nato Cristiano Ronaldo: è normale che ora tutti i bambini lo prendano come esempio.

Riproponendo una domanda fatta a Tommaso Marino l’anno scorso, c’è qualche episodio particolare vissuto con i ragazzi del posto o con i tuoi compagni d’avventura che vorresti raccontarci?

Di episodi da raccontare ce ne sono un’infinità, ogni giorno succedono cose che meriterebbero di essere raccontate. Per esempio quando si avviano i progetti è molto divertente il fatto che quasi tutti i ragazzi che vengono al nostro campo è vero che sono appassionati di sport ma molto spesso non sanno proprio cos’è la pallacanestro. Visto che nei posti dove siamo noi ci sono poche possibilità per loro, ai nostri corsi si iscrivono tante persone che non sanno assolutamente niente di pallacanestro. Il che ci fa molto piacere, ma capitano spesso situazioni molto bizzarre che ci fanno morire dal ridere. Soprattutto la mattina in aula durante i corsi di formazione per allenatori vengono fuori delle situazioni incredibili. Molti di loro non conoscono minimamente le regole, la misura del campo, quanti giocatori ci devono essere in campo e quanti in panchina. Ma sono proprio quelli i momenti in cui si comincia a rompere il ghiaccio tra due persone che non si conoscono. Invece di prendersi sul serio, io e Michele Carrea la mettiamo sempre sul ridere, si cominciano a fare battute coinvolgendo tutti gli altri, e questa è una cosa che ti avvicina molto alla persona che hai di fronte. Capisci che viviamo in due mondi diversi, tante cose per noi sono difficili da comprendere. Ad esempio lì molti mangiano in piedi con le mani. Spesso mi viene da dirgli “Sedetevi!”, ma loro mi rispondono “No, noi siamo abituati a fare così”. Io quando sono in Africa provo a mangiare con le mani, e mi piace, anche se, a differenza loro, io mi sporco fino ai gomiti. Mi ricordo di un ragazzo che mi disse “Io mangio in piedi perché quando ero piccolo, nel periodo successivo al genocidio, mio padre lavorava in caserma in Ruanda, e noi dovevamo essere sempre pronti a correre e nasconderci. Anzi spesso mangiavamo con i vestiti addosso anche se fuori era molto caldo perché non si sapeva mai quando dovevamo scappare”. Di questo tipo di situazioni se ne sentono tantissime. Ma se per noi queste cose sono impensabili, anche loro fanno fatica a comprendere alcuni nostri comportamenti. Ad esempio loro non concepiscono che noi mangiamo il formaggio che, a detta loro, ha un pessimo odore. Io portavo il parmigiano ad alcuni volontari italiani che vivevano lì, e loro erano felicissimi, lo custodivano come se fosse oro in polvere. Poi quando ho provato a farlo assaggiare ad alcuni ragazzi del posto, sono rimasti schifati. Ma alla fine hanno anche ragione, noi lo mangiamo perché siamo abituati così fin da quando siamo nati, molto spesso è solo una questioni di abitudini. 

Ci sono iniziative con cui, anche chi non è direttamente coinvolto in Slums Dunk, può aiutare a sostenere la vostra onlus?

Innanzitutto ci sono tutti i nostri gadgets (cappellini, t-shirt, felpe, braccialetti, calendari, poster, ecc.). Poi ci sono gli eventi che ogni anno organizziamo a Milano, tra cui lotterie benefiche (nel mese di dicembre), mostre fotografiche, ma anche una partita all’anno in cui l’Olimpia Milano devolve gli incassi di quel match alla nostra associazione. Ma una cosa che ci fa molto piacere è l’organizzazione spontanea di eventi a sostegno di Slums Dunk. Ci sono tante persone che, soprattutto in questo periodo, organizzano tornei di basket in giro per l’Italia, o cene benefiche o qualsiasi altra manifestazione (battesimi, cresime, matrimoni) in cui la gente decide di sostenerci, devolvendo alla nostra associazione fondi o altro materiale o anche esponendo i nostri gadgets. Ci sono tanti modi per aiutarci, non solo comprando un gadget o inviando soldi. Questi eventi sono molto importanti per noi, sia per la raccolta fondi ovviamente ma anche per la visibilità del progetto che è la cosa più importante.

Ringraziamo Bruno per la disponibilità e gli auguriamo il meglio, sia sotto l’aspetto professionale che per quanto riguarda il suo magnifico progetto Slums Dunk!

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