The Process è ad una svolta: è l’anno giusto per Philadelphia?

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Redick & Johnson - © 2017 twitter.com/sixers
Redick & Johnson – © 2017 twitter.com/sixers
Da tanti, troppi anni, Philadelphia è lo zimbello della Lega, vittima di un processo di ricostruzione, avviato nel 2013, che fatica a dare i suoi frutti. Due General Manager cambiati, numerose pick sprecate, infortuni, confusione e miseri risultati: lo scenario messo in piazza dai Sixers da qualche anno a questa parte è stato pressoché drammatico. Se però c’è una lega dove qualsiasi franchigia, anche la più sfortunata, può risollevare le sue sorti nel giro di pochi mesi, questa è la NBA.

Certo non possono essere soddisfacenti, ma passare da sole 10 a ben 28 vittorie nell’arco di 12 mesi è stato per i Sixers un importante traguardo raggiunto. Merito di un giovane di talento, Joel Embiid, che dopo due intere stagioni passate in infermeria, è tornato in campo per 31 intense partite, sufficienti a far riaccendere l’entusiasmo ormai sopito del Wells Fargo Center di Philadelphia. Il gigante camerunese incarna, non a caso, lo spirito di questa travagliata epopea dei Sixers, conosciuta come The Process. Adesso, dopo aver utilizzato, per il secondo anno di fila, la prima scelta al Draft, il processo di ricostruzione è forse giunto finalmente ad una svolta, quella definitiva.

La squadra

Due scelte al primo giro, due al secondo, due veterani di talento aggiunti al roster: l’offseason di Love City è stata, per ora, un susseguirsi di emozioni. Markelle Fultz, 19enne prodotto di Washington State, pareva ormai destinato a Boston, detentrice della prima scelta. Il workout eseguito con i Sixers pochi giorni prima del draft, però, ha sparigliato le carte in tavola: la dirigenza di Philadelphia lo ha fortissimamente voluto, giungendo a scambiare con Boston la terza scelta del Draft 2017 e la scelta dei Lakers (di proprietà dei Sixers) del 2018; due pick molto alte cedute ai Celtics in cambio della talentuosa point guard che ha dominato la NCAA.

Al numero 1 del Draft 2017, coach Brown affiancherà Ben Simmons, prima scelta del Draft 2016, e lo stesso Joel Embiid, per costituire un trio dal potenziale illimitato. Ai tre “tenori” si aggiungeranno, poi, Dario Saric, tra i migliori rookie della passata stagione; Robert Covington, che ha chiuso l’annata a 13 punti e 7 rimbalzi di media; Jahlil Okafor, che da sesto uomo sarebbe considerato un lusso per qualsiasi franchigia. I botti però non sono certo terminati qui: l’enorme spazio salariale a disposizione del GM Colangelo ha prodotto l’acquisizione di JJ Redick, tra i migliori catch and shooter della Lega, con un annuale di 23 milioni di dollari, e di Amir Johnson, solido veterano che assicura concretezza in uscita dalla panchina. Un roster, dunque, molto profondo, a cui si aggiungono la giovane guardia Luwawu Cabarrot, esploso nel finale di stagione quando ha tenuto medie da 18 punti a partita, e le due ulteriori acquisizioni al draft tenutosi lo scorso giugno: il 21 lettone Anzejs Pasecniks, scelto alla 25, e l’australiano Jonah Bolden, scelto alla 36. Una rosa di assoluto livello, giovane (24 anni l’età media), che ha già riportato speranza ed entusiasmo in un ambiente storicamente vincente come quello di Philadelphia. I meriti vadano, giustamente, a Bryan Colangelo, uomo in grado di costruire tutto ciò; non si dimentichi, però, Sam Hinkie, che ha avuto l’onore e l’onere di dare il via al “The Process”, prima di essere silurato da proprietà, stampa ed opinione pubblica.

Il coach

Dal 2013 sul pino di Love City, coach Brett Brown è l’uomo giusto per guidare i nuovi Sixers alla rinascita? Brown ha dovuto ingoiare tutto ciò che è disceso dall’infinito e traumatico processo di ricostruzione di Philadelphia, ha tirato il carro quando si faceva a gara per saltar giù, ha atteso e guidato prima Noel, poi Okafor, Embiid, ed infine Simmons e Fultz. Il credito vantato dal coach nei confronti dell’ambiente sarebbe sufficiente, di per sé, a determinare una risposta positiva al quesito sù citato. Se ciò non bastasse, di lui si dice essere un inguaribile ottimista, una persona paziente e mai fuori controllo: tutte qualità etico-morali necessarie per gestire un gruppo di talento, ma pur sempre molto giovane.

E poi ci sono le tre priorità chiave del suo sistema di gioco, ereditate dal guru che siede da vent’anni sulla panchina degli Spurs, di cui Brown è stato a lungo assistente: difesa, velocità e spaziature sembrano sposarsi perfettamente con le caratteristiche del roster messo a sua disposizione, nonché con le tendenze tattiche di gran parte dei coach odierni. I risultati sul campo, però, non sono ciò che interessa prioritariamente Brown per il momento: nella sua testa c’è il progetto di diffondere a Philadelphia la cultura del lavoro e dell’attaccamento alla maglia, da lui incamerata negli anni a San Antonio. I discorsi e le speranze di mezza estate, però, lasciano il tempo che trovano: se The Process si è realmente concluso, questo lo dirà il campo, unico metro di misura per giudicare il valore reale di questi Sixers.

2 Commenti

  1. Squadra molto futuribile destinata a diventare un team fisso nei p.o. però il 50% del loro successo passa dalle condizioni fisiche di embiid che a me ne dà pochissime.
    Piuttosto vogliamo parlare di che crack lonzo Ball

    • In effetti il talento c’è ed è li evidente. Bisogna capire se riusciranno a stare sani, perché Embiid pare molto fragile, e l’infortunio di Simmons non è così semplice da assorbire.
      Però io spero che possano star bene, perché il trio Fultz-Simmons-Embiid potrebbe dare grande spettacolo 🙂

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