FLOP NBA: dal sogno all’abisso, i Clippers di Gallinari in caduta libera

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Jordan+Beverley+Gallinari+Griffin, LA Clippers

Sembra passato un secolo dalle quattro stagioni consecutive oltre quota 50 vittorie, con annessi playoff e due viaggi alle semifinali di Conference. Sembra passato un secolo, in realtà, anche dal 4-0 di inizio stagione, quando quel poker di successi aveva esaltato un ambiente rivoluzionato in offseason, per la prima volta nel passato recente, e così desideroso di gloria. I Clippers, però, non stanno mantenendo fede alle speranze coltivate nei primi passi di questa ricostruzione. I limiti strutturali e qualitativi della franchigia sono sotto gli occhi di tutti e la strada sembra sempre più in salita.

SALTO NEL VUOTO

Una sola vittoria nelle ultime nove partite giocate, con una striscia di sei sconfitte consecutive ancora in corso dopo i KO contro Grizzlies, Heat, Spurs, Thunder, Pelicans e Sixers. Ora li attende un lungo viaggio, fatto di ben cinque trasferte consecutive, partendo da Cleveland nella notte tra venerdì e sabato, prima del derby contro i Lakers, che potrebbe ribaltare le gerarchie a Los Angeles per la prima volta nell’ultimo quinquennio. Per quattro anni, un’eternità nella NBA dei giorni nostri, il nuclear core dei Clippers è rimasto intatto: Chris Paul, Blake Griffin, DeAndre Jordan, J.J. Redick, Jamal Crawford sul parquet, coach Doc Rivers ai posti di comando in panchina e da President of Basketball Operations. Un viaggio meraviglioso, che ha scritto le pagine più belle nella storia della franchigia, ma che è sembrato infinito a causa dei tanti conflitti interni che hanno impedito a LA di volare ancor più in alto. Dal dualismo tra Paul e Griffin, al caso Jordan, con il suo mancato passaggio ai Mavericks un paio di estati fa, passando per la squalifica a vita dell’allora presidente Donald Sterling per i suoi miserabili insulti razzisti. Anche per una squadra d’infinito talento, le pressioni si sono trasformate in tante travagliate avventure in postseason, sempre a un passo dalla definitiva consacrazione. In estate, il salto nel vuoto. Via Paul, ora ai Rockets, Redick, ai Sixers, e Crawford, ai Timberwolves. E i nuovi arrivati, tra infortuni e delusioni, non sembrano pronti a ripetere quanto fatto in questi ultimi anni.

DAL SOGNO ALL’ABISSO

Al posto dei tre partenti, ecco altrettanti nomi nuovi, di indiscusso valore, ma probabilmente un gradino al di sotto rispetto ai predecessori. In un meccanismo consolidato come quello dei Clippers, inserire tanti volti nuovi necessita di lavoro e di tempo. L’avvio è stato meno promettente del previsto, soprattutto a causa di ripetuti problemi fisici. Milos Teodosic ha vissuto il parquet per 32 minuti in totale, senza avere il tempo di adattarsi a una Lega completamente diversa dall’Europa in cui a tratti ha dominato grazie al proprio talento sconfinato. Patrick Beverley, il secondo rinforzo tra le guardie, si è fermato a 10 partite giocate su 13 per un fastidio al ginocchio e Los Angeles ha patito la sua assenza, soprattutto in termini difensivi. Il nostro Danilo Gallinari, invece, resta ai box per un problema al gluteo e non fa che confermare le paure d’oltreoceano sul proprio essere injury prone, ovvero spesso e volentieri out per infortunio. Il roster è quantomai corto, al momento, e i rookie Sindarius Thornwell e Jawun Evans non garantiscono ancora nulla, a prescindere da un mero miglioramento difensivo. Nessuna certezza per i Clippers, nemmeno tra le certezze. Jordan sarà unrestricted free agent in estate, Griffin ha saltato 83 partite in totale nelle ultime tre stagioni e Rivers è al proprio penultimo anno di contratto. Quale futuro per la franchigia più maledetta della NBA?

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