La mano di D’Antoni dietro il successo di Harden e dei Rockets

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Mike D’Antoni – © 2018 twitter.com/houstonrockets

“L’attacco vende i biglietti, la difesa vince le partite!”
E’ un detto molto caro nello sport statunitense in generale, ma poco in voga nella NBA moderna. E’ addirittura quanto di più stravagante si possa sentire nella dantoniana Houston della palla a spicchi, esterrefatta e amante dei metodi del proprio coach, al punto da venerarlo al pari di James Harden, che in quanto a fama e successo ha il proprio peso nella comunità Rockets e in generale nella NBA.
Houston possiede in questo momento il secondo miglior record (35-13) ed il secondo attacco più prolifico dell’intera NBA, con un ruolino di marcia di 8 vittorie e 2 sconfitte nelle ultime 10 ed una media positiva di circa 8 punti di scarto a partita. Pertanto, Golden State a parte, si può affermare senza ombra di dubbio di essere dinanzi al team più forte ed in forma dell’intera Lega. Frutto sopratutto di un roster perfettamente costruito sulle rivoluzionarie e visionarie idee di Mike D’Antoni, filosofo del sistema “7 seconds or less”, precursore dello small ball impiantato anche da Steve Kerr nella Baia: idolatrato ai tempi di Phoenix, molto meno a Los Angeles e New York, il coach ex Armani Milano è l’uomo giusto per riportare l’anello a Houston?

Tiro da 3 punti: nessun altra come Houston

Se il trend tecnico-tattico più in voga nella NBA è lo small ball, le spaziature, la velocità e i tiri da oltre l’arco, gli Houston Rockets ne sono i massimi cultori. Un quintetto formato da quattro “piccoli” ed un solo “lungo” – Clint Capela -, a volte sostituito, peraltro, da Ryan Anderson per ottenere lineup ad altissimo potenziale offensivo. 22 assist e ben 85 tiri tentati di media a partita, di cui 43 (il 51%) da oltre la linea da tre punti; sì, perchè il prevalente marchio di fabbrica è la conclusione dalla distanza, arma principale (ma non l’unica) dello strepitoso attacco dei rossi texani. D’Antoni, che ha ottenuto un sensibile incremento percentuale rispetto alla precedente stagione, dice di puntare alle 50 conclusioni da 3 punti a partita. Fantascienza? Mica tanto, considerando che a fine regular season Houston potrebbe essere il primo team della storia a chiudere con una media tiri da tre punti più alta rispetto a quella da due punti.
Nel collaudato e inossidabile sistema dantoniano tutto funziona perfettamente: ad eccezione del pacchetto centri (Capela, Nene, Black), due soli giocatori (fra quelli con almeno 10 minuti di impiego a partita) hanno poco meno di cinque conclusioni dall’arco tentate a partita (Luc Mbah a Moute e PJ Tucker), mentre il resto del roster conclude dalle 8 (Ryan Anderson) alle 20 volte (James Harden).
Di conseguenza, scontato dirlo, Houston è la franchigia che ha il numero maggiore di conclusioni da tre punti dell’intera NBA, ma anche quella che vanta la distanza media più elevata. Secondo l’insider NBA Chris Harring, infatti, i Rockets contano circa 200 tiri in totale da una distanza tra i 10 e i 12 metri dal canestro, ovvero oltre un metro dalla linea dei tre punti: è l’estremizzazione più totale dello small ball. Tra le restanti franchigie della NBA, infatti, solo Portland e Indiana si avvicinano presumibilmente attorno alla metà delle conclusioni esplose dai Rockets da distanze così siderali.

Fonte: Espn

Di certo, un genere di conclusione che, seppur faticando a superare il 30% di realizzazione, costringe le squadre avversarie a pressare Harden e compagni molto alti, fin dai primi possessi, producendo spaziature molto più ampie del normale.

Harden, CP3, Capela: le chiavi del sistema

La percentuale realizzativa dall’arco è di circa il 36%, in linea con il resto della NBA ma con la differenza che gli altri team vantano un range di tiro piuttosto diverso dai texani. A tutti gli effetti una tattica infruttuosa, se non fosse per gli effetti che apporta allo stile di gioco e alle ampie spaziature di cui godono le due stelle del team – Chris Paul e James Harden – fra i più abili playmaker della Lega, nonché letali nell’uno contro uno. E poi come non considerare Clint Capela, che nel modello di D’Antoni proposto quest’anno sta letteralmente banchettando con le difese avversarie. Il lungo svizzero, infatti, segna circa 14.5 punti a partita, vantando però la percentuale realizzativa più alta della Lega (67%) in termini di conclusioni segnate/conlusioni tentate; inoltre, degli 11 rimbalzi catturati, circa 3 sono sotto le plance avversarie, frutto della sua bravura, ma anche di un’area poco intasata, conseguenza di un perimetro occupato dagli shooter in casacca bianco-rossa. I tre appena citati costituiscono l’asse portante di un team che, schierandoli contemporaneamente sul parquet, è stato in grado di centrare 19 vittorie consecutive.

Il sistema di D’Antoni prevede ruoli ben definiti, lasciando libera iniziativa ai soli The Beard, CP3 ed Eric Gordon, confinando sotto le plance il lungo di turno e schierando sul perimetro gli innumerevoli cecchini presenti a roster, fra cui due armi letali del calibro di Ryan Anderson e Trevor Ariza: praticamente impossibile difendere contro di loro.
Ad un attacco esplosivo si contrappone però una difesa trascurabile, che subisce circa 106 punti a partita: accettabili in una regular season lunga 82 match, troppi per un team che punta al bersaglio grosso. Perchè fra qualche mese Houston troverà contrapposte difese molto preparate (vedasi Golden State, San Antonio e perchè no Boston in un’eventuale Finale): sarà sufficiente il semplice, seppur devastante, attacco?

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