Destroit Pistons a picco: i perchè di un declino senza fine

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Blake Griffin – © 2018 twitter/DetroitPistonsnews

Era partita bene, più di quanto l’ambiente si attendeva, la stagione dei Detroit Pistons, nata sotto i migliori auspici. L’iniziale record di 14 vittorie e 6 sconfitte aveva fatto decollare la franchigia di Mo-Town ai vertici della Eastern Conference, più competitiva e arcigna che mai, tornando a far assaporare al proprio pubblico una sensazione sopita da oltre un decennio. Poi, improvvisamente, un crollo, un lento e progressivo declino, ha fatto sprofondare la squadra ben oltre la soglia di accesso ai playoff, conseguenza di sole 15 vittorie nelle successive 44 uscite. La rivoluzione del roster con l’aggiunta di un’ingombrante superstar del calibro di Blake Griffin in un sistema rodato sembra aver ulteriormente compromesso i delicati equilibri tecnici e psicologici che i Pistons avevano tirato su durante il primo e confortante ciclo di partite. Ora, col magro bottino di sole 29 vittorie a fronte di 35 sconfitte ed un ambiente scarico e demotivato, quell’ottavo posto ancora raggiungibile (4.5 vittorie), appare un lontano ed insormontabile miraggio, mostrando il fianco ad una critica che, mai come in questo momento, ha una moltitudine di aspetti su cui attaccare la dirigenza e lo staff di Motor City.

All In su Griffin

Al suo ottavo anno in NBA, Blake Griffin è un giocatore molto diverso rispetto a quello che avevamo conosciuto in precedenza. L’esplosività e la prepotenza fisica che avevano accompagnato le sue prime stagioni hanno progressivamente lasciato il campo ad una maggiore maturazione cestistica, che ha permesso a Blake di aumentare spropositatamente il suo range di tiro (35% da tre punti quest’anno), di accrescere versatilità e pericolosità in attacco, di allargare la visione di gioco. Nonostante il suo livello ed il suo appeal mediatico, però, l’arrivo di Griffin non è stato accolto troppo calorosamente a Motor City, causa degli innumerevoli malanni fisici che hanno accompagnato fin qui la sua carriera, ma soprattutto dei circa 175 milioni che percepirà da qui ai prossimi 5 anni: un’eternità in una Lega i cui equilibri tendono a muoversi continuamente.

La situazione, però, era e continua ad essere più complessa di quanto appare all’esterno. Con un salary cap pesantemente ingolfato, lo spazio di manovra, tanto nella free agency che in eventuali trade, era ridotto ai minimi termini, costringendo la dirigenza ad un rischioso ma inevitabile all in su Blake Griffin. L’ex Clippers, infatti, ha rappresentato in quel momento un’irrinunciabile occasione per poter accrescere la competitività di un roster che, con quegli effettivi, avrebbe fatto fatica ad andare oltre l’ottavo posto.

Griffin – Van Gundy: una convivenza difficile

Stan Van Gundy è conosciuto per il suo sistema di gioco con precisa vocazione perimetrale. Dopo un lungo ed estenuante rodaggio, i Pistons sembravano finalmente girare secondo i dettami tecnici del proprio coach. Una point guard discreta come Reggie Jackson, esperti tiratori da tre punti come Avery Bradley e Tobias Harris, un centro come Andre Drummond che faceva il bello ed il cattivo tempo sotto le plance, rievocando un flashback già ammirato ad Orlando con l’esplosione di Dwight Howard.

Per quanto impattante dal punto di visto tecnico, l’arrivo a Detroit di Blake Griffin pone non pochi problemi di adattamento negli schemi tattici che Van Gundy impone ai Pistons da ben 4 stagioni. E’ un giocatore diverso, che amplia, è vero, l’arsenale offensivo di un attacco spesso con le polveri bagnate, la visione di gioco e la rotazione di palla. Il rientro di Reggie Jackson potrebbe corrispondere con la riedizione di un modello Clippers 2.0, imperniato sul pick&roll fra il playmaker e i due lunghi, dei quali uno assolutamente debordante fisicamente e sotto le plance.
Per il momento, però, l’inserimento di Griffin è stato tutto tranne che proficuo, considerata anche la cessione dei due migliori tiratori da tre punti presenti nel roster (Harris e Bradley), che ha aperto una voragine impossibile da fronteggiare con le risorse a disposizione. In totale, meno di 20 conclusione tentate da oltre l’arco a partita dal momento della trade: una miseria in considerazione delle tendenze tecniche della NBA moderna, ma soprattutto dello stile tattico a cui il Coach era abituato.

Declino inesorabile

Certo, le attenuanti per smussare le critiche che piovono sui Pistons ci sarebbero pure: l’infortunio alla caviglia che tiene out a tempo indeterminato Reggie Jackson, il necessario periodo di rodaggio di Griffin, un roster inizialmente sovrastimato rispetto al suo reale valore.
Assolutamente inconcepibili, però, alcune prestazioni negative contro team abbordabili che hanno compromesso inevitabilmente le speranze playoff: si pensi a sconfitte contro Atlanta, Orlando, Charlotte, una tipologia di partite assolutamente da vincere se si vuole continuare a perseguire l’obiettivo. E poi diverse uscite ingloriose, fra le quali il -22 contro Cleveland e Milwaukee o il -29 contro Toronto, giusto per citarne alcune tra le ultime dieci: segno di una squadra oramai scarica, sconfortata, svogliata, che non rende in nessuno dei due lati del campo.

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