I playoffs non bastano ai Miami Heat: cosa riserva il futuro?

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Miami Heat- © twitter.com/miamiheat

Se di flop non si tratta, poco ci manca! Dopo una regular season con alti e bassi, conclusa tuttavia con un difficilmente prevedibile sesto posto, gli Heat, infatti, si sono sciolti come neve al sole di fronte alla freschezza e alla dinamicità dei giovani 76ers, che hanno chiuso in 5 match una serie attesa dagli esperti come fra le più combattute del primo turno di playoffs.
Dopo due stagioni d’assenza, difatti, il ritorno alla post-season era stato immaginato diversamente dai calorosi fans di South Beach, intimoriti tra l’altro da un futuro che presenta poche luci e innumerevoli ombre. Tra quest’ultime, sicuramente, l’incognita Hassan Whiteside, che gode di un contratto tanto oneroso quanto inspiegabile alla luce delle prestazioni offerte durante tutto l’arco dell’annata. Non solo, però, perchè se da un lato Miami può presentare un roster completo e ben assortito, si nota tuttavia l’assenza di una superstar, di un leader tecnico in grado di trascinare il team lì dove coach Spoelstra non arriva con le sue idee.
Da 23 anni al comando della franchigia della Florida, Pat Riley è dunque nuovamente chiamato a pianificare un futuro che, allo stato attuale, non può prevedere performance e risultati superiori a quanto ottenuto durante la stagione 2017/18.

Regular Season

Una piacevole tranquillità è l’aforisma corretto per definire la stagione regolare degli Heat. Nulla di estremamente esaltante, sia chiaro, ma un obiettivo post-season centrato abbondantemente prima dello scadere, conseguenza, sì, delle discrete prestazioni offerte ma, anche e soprattutto, di una competitività a tratti immaginaria. Pistons a parte, difatti, la Eastern Conference si è fin dai primi mesi spaccata fra la lotta per il miglior posizionamento possibile e il tanking più selvaggio. In una Lega dove, tuttavia, le insidie si nascondono sempre dietro l’angolo, il team di Erik Spoelstra (alla nona stagione consecutiva sul pino della Florida) ha saputo garantire produttività in fase offensiva (103.4 punti fatti di media), alta efficacia nella protezione del ferro (la quarta migliore difesa, 102.9 di media) e discrete rotazioni, nonostante la pesante e lunga assenza di un big del calibro di Dion Waiters. Goran Dragic, alla sua prima e meritata convocazione all’All Star Game, ha concluso con 18 punti, 5 assist e 4 rimbalzi di media, guadagnandosi la palma di leader.

Playoff

Philadelphia – Miami era attesa e pronosticata come una fra le serie più combattute del primo turno, dato che il differente grado di esperienza presentato dai due roster avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale nei momenti topici. Considerazione rivelatasi assolutamente errata, dal momento che proprio gli apparentemente inesperti Sixers hanno conquistato “game, set and match” nelle seconde metà di gara. Philadelphia, infatti, ha guadagnato il pass per le Semifinali di Conference senza mai aver concluso in vantaggio il primo tempo: 287-263 il vantaggio totale accumulato dagli Heat nei primi due periodi dei 5 match disputati; 308-230 quello acquisito dai Sixers a cavallo fra terzo ed ultimo quarto, a dimostrazione di quanto la freschezza fisica e mentale sia risultata decisiva per eliminare quello che è il terzo roster anagraficamente più vecchio della NBA. I rimbalzi e le seconde chance, inoltre, una notevole chiave di lettura, in una serie nella quale il principale rim protector di Miami, Hassan Whiteside, è progressivamente scomparso, aprendo una voragine d’incertezza sul prossimo avvenire suo e della franchigia.

Futuro

Senza scelte al Draft, con il quinto payroll più alto e uno scarso appeal dei propri talenti, Pat Riley si presenta all’offseason in una situazione intricata e difficilmente risolvibile, con un roster che sembra aver tirato fuori il massimo dalle proprie potenzialità.
Per le prossime due annualità, il salary cap sarà completamente assorbito dagli onerosi contratti di un nucleo di giocatori discreti ma non superlativi: si tratta di Hassan Whiteside, Goran Dragic, James Johnson, Dion Waiters, Tyler Johnson e, in parte minore, Kelly Olynyk e Josh Richardson. Il fattore anagrafico, tra l’altro, non gioca a favore degli Heat, con i soli Justise Winslow e Bam Adebayo da under 25.

Due le strade percorribili: una disperata soluzione di scaricare via trade alcuni di questi super contratti oppure proseguire in un percorso di continuità e di crescita di quanto a disposizione, sperando nella consacrazione dei due giovani sopra citati e nel ritorno in pompa magna di Dion Waiters, capace soltanto 12 mesi fa di chiudere a 16 punti di media.
Ed in tutto ciò, Dwyane Wade darà l’addio al basket giocato?

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