Perché i Warriors non sono La Morte Nera

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La firma di LeBron James ai Los Angeles Lakers ha catalizzato l’attenzione per un solo giorno. Una scelta che avrebbe dovuto essere discussa in tutti i modi, in realtà, è passata quasi subito in secondo piano in seguito alla firma dei Golden State Warriors di DeMarcus Cousins. Una mossa veramente a sorpresa che ha preso in contropiede tutti e che ha portato un altro All-Star nel roster della Baia, andando a formare, così, un quintetto con tutti giocatori che hanno partecipato all’All-Star Game nell’ultima stagione.
Inoltre Golden State diventa la prima squadra della storia ad avere insieme 3 giocatori che nella stagione precedente hanno chiuso con più di 25 punti di media!

Ma com’è stato possibile creare una situazione del genere? E siamo sicuri che i Warriors come si legge da molte parti siano la rovina della NBA?

Idea tecnica e manageriale chiara

La dirigenza dei gialloblu ha avuto le idee chiare dall’inizio, e, ovviamente, è stata accompagnata da un po’ di fortuna. Le scelte di Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green non era scontato si sarebbero rivelate così azzeccate, ma il fatto di aver pescato questi giocatori in posizioni non altissime dei draft e averli inseriti perfettamente in un sistema di gioco adattissimo alle loro caratteristiche, è stato il primo passo fondamentale per creare questa Dinastia che è destinata a proseguire a lungo.
L’altra scelta importante che ha cambiato la storia della franchigia è stata quella del cambio di coach: mandare via Mark Jackson che aveva creato un rapporto incredibile con i giocatori, soprattutto con Curry, per affidarsi a Steve Kerr che non aveva nessuna esperienza da allenatore (era stao GM ai Suns), inizialmente era sembrato un azzardo, ma col senno di poi è stata la mossa perfetta.

A livello di scelte sul mercato dei free agent, poi, il GM Bob Myers non ne ha sbagliata una: Iguodala, Livingston, West, ma anche Pachulia, McGee e Young sono stati tasselli fondamentali presi a prezzi scontatissimi. La ciliegina sulla torta è stato poi Kevin Durant, che è stato possibile firmare proprio grazie alla costruzione della squadra partendo dal Draft, e quindi avendo un salary cap piuttosto pulito e non ingolfato da contratti pesanti e lunghissimi.

La riconferma di Durant e quelle future di Thompson e Green

Se per poter giocare ai Warriors KD inizialmente ha accettato meno soldi di quanti avrebbe potuto, per restare con il gruppo anche i prossimi anni, qualche giorno fa, ha rinunciato ancora una volta al max contract, regalando spazio salariale e margine di manovra alla dirigenza per prendere altri giocatori. Una mentalità vincente di un giocatore che sa di essere arrivato in qualcosa di speciale e sa di poter essere il leader tecnico per tanti anni ancora (i 2 MVP delle Finals negli ultimi 2 anni lo testimoniano), ma che sa anche di avere bisogno dei compagni per poter essere competitivo e vincere ancora.
Ecco che quindi la firma di un biennale da 61.5 milioni permette a Golden State di avere uno dei 5 giocatori più forti della NBA a roster e anche un po’ di spazio per quest’anno (e la firma di Cousins non è casuale) e anche per il prossimo, quando a rifirmare dovrà essere Klay Thompson. E proprio Klay ha già giurato amore eterno a GSW con la promessa di firmare a meno soldi rispetto a quanti potrebbe, sempre per quel discorso di tenere in piedi questo gruppo.

La firma di DMC

La firma di Cousins quindi è la naturale conseguenza di un’ottima gestione manageriale e dei risultati ottenuti sul campo. L’ormai ex lungo dei Pelicans, infatti, è stato firmato con la mid-level exception da 5.3 milioni di dollari, la stessa usata l’anno scorso per portare nella Baia Nick Young. Golden State da quanto riportato pare sia stata l’unica squadra che ha risposto affermativamente alle richieste di firma di DMC (che avrebbe rifiutato un rinnovo biennale con i Pelicans ancora nella scorsa stagione dopo essersi infortunato). I Lakers, altra squadra interessata, infatti, avrebbero rifiutato la proposta non potendosi permettere di aspettare fino a dicembre/gennaio il ritorno di un giocatore infortunato.
I Warriors invece possono aspettarlo, hanno i sostituti all’altezza (Jordan Bell alla Summer League sta mostrando enormi miglioramenti e Kevon Looney è stato rifirmato al minimo salariale) e per Cousins è la grandissima opportunità di cercare di vincere un titolo e rilanciarsi nel mercato dei free agent della prossima estate quando, se dovesse riuscire a giocare ai suoi livelli, potrebbe trovare più di una squadra disposta a offrirgli il max contract.

Nessun magheggio e nessuna cosa strana, solo buona gestione

Le regole salariali che valgono per i Golden State Warriors valgono anche per le altre 29 squadre NBA. Sono per tutti le stesse, ed il fatto che GSW abbia un payroll di 142 milioni (secondo dopo i Thunder ma di poco più alto rispetto a Raptors, Nuggets, Wizards e Pistons) fa capire molte cose sulla loro gestione e sulla gestione delle altre franchigie. La fretta nel firmare giocatori a cifre stratosferiche e ingiustificate nel 2016 e anche quella di quest’estate pesano tantissimo nei salary cap delle squadre, che ovviamente poi si trovano in difficoltà quando devono riconfermare determinati giocatori o provare a convincere dei free agent.
Non c’è niente di strano quindi se GSW è in grado di prendere i free agent più ambiti (o almeno provarci). Non sono La Morte Nera di Star Wars che vuole distruggere l’NBA, anzi. Sono un esempio di società virtuosa che molti General Manager e proprietari dovrebbero prendere ad esempio per sperare di tornare a competere nei prossimi anni.

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