Salt Lake City in allarme: che succede agli Utah Jazz?

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Utah Jazz © 2018 twitter.com/UtahJazz

La differenza tra lo status di meteora e quello di contender risiede nella continuità di risultati e performance durante l’arco di più stagioni. Spesso, infatti, si è assistito ad exploit inaspettati di team che hanno poi mancato l’appuntamento con la definitiva consacrazione negli anni a venire.
I tempi non sono ancora sufficientemente maturi per poter esprimere giudizi, le classifiche non sono ancora in grado di emettere una sentenza, tutto potrebbe essere nuovamente stravolto nel giro di poche settimane. Ciò non toglie che, dopo circa 8 settimane e una trentina di match a testa, sia possibile emettere un primo bilancio della regular season NBA.
Bilancio che, nel caso specifico degli Utah Jazz, risulta essere piuttosto negativo e, forse rispondente, a quelle lacune tecniche, tattiche e caratteriali necessarie per compiere il grande salto. Il team di Salt Lake City, soltanto pochi mesi fa, sorprendeva in positivo l’intero panorama NBA, protagonista di un esaltante percorso fino alle Semifinali di Conference del “selvaggio Ovest”. Tutti aspettavano la crescita, o quantomeno la conferma, di risultati e prestazioni analoghe alle abitudini della stagione 2017/18. Questi primi due mesi di NBA, invece, ci raccontano di una squadra in crisi e lontanissima dalla vetta (terzultima della Western Conference): quali i principali problemi?

Un Collettivo al collasso?

La spasmodica ricerca di un capro espiatorio è la via più semplice e meno infruttuosa per uscire da una crisi. C’è chi punta il dito sulle mediocri prestazioni di Ricky Rubio, incapace di dare ritmo e copertura sui suoi pari ruolo; c’è chi trova il colpevole nelle performance di Rudy Gobert, difensore mai così poco affidabile come avviene attualmente; c’è chi accampa scuse sulla staticità di Derrick Favors, sullo scarso apporto della panchina, sull’egocentrismo di Donovan Mitchell e sull’inesperienza ad alti livelli di Quin Snyder. C’è del vero, sicuramente, in ogni precedente affermazione: sommando gli addendi è naturale che si venga a generare una macrodifficoltà, dalla quale si può uscire soltanto remando tutti nella stessa direzione. D’altronde, alla base del miracolo sportivo compiuto pochi mesi fa, risiedeva sicuramente uno spogliatoio coeso ed amalgamato.

La difesa prima di tutto

Rudy Gobert è senz’altro il centro di gravità dell’assetto difensivo dei Jazz; è naturale, pertanto, che al decremento delle sue performance a protezione del canestro coincida un peggioramento delle statistiche di squadra e, di conseguenza, di risultati. Blocchi e defensive rating (104) sono ai livelli peggiori della carriera del transalpino, grinta e dedizione sono svanite nel nulla.

Di contro, però, la certezza che senza il lungo francese a protezione del ferro, l’intero assetto difensivo vada al collasso. Anche in questo caso è perciò necessario parlare di collettivo. Perché se Rubio e Mitchell non perdessero, di continuo, il proprio uomo nei pick ‘n roll, Rudy Gobert non si troverebbe a difendere contro più avversari contemporaneamente. Un autentico disastro se, a ciò, si aggiunge un ulteriore peggioramento con gli uomini in ingresso dalla panchina. Utah, che aveva chiuso la scorsa regular season con il miglior ed unico defensive rating sotto quota 100 (99.8) della Lega, oggi concede 106.6 punti a partita di media: un’involuzione negativa, mitigata, però, dai trend generali, che attestano la franchigia di Salt Lake City ad un discreto settimo posto totale.

Sparate a salve

Partiamo da un presupposto: la difesa non gira come dovrebbe, perché sull’altro lato del campo si perdono troppi palloni, si concedono troppi rimbalzi, di conseguenza si subiscono numerosi punti in contropiede. Tutte armi che, pochi mesi fa, erano frecce all’arco di Snyder. L’involuzione di Ricky Rubio nel dettare il ritmo è un fattore alla base della selezione dei tiri da parte dei suoi compagni, che, in generale, soffrono di percentuali ben più basse rispetto al passato. Al di là del modesto 39% di Joe Ingles, è proprio la precisione dal perimetro a preoccupare maggiormente, fortemente condizionata dalla giornata di Donovan Mitchell. Proprio per questo motivo dal mercato è arrivato Kyle Korver, veterano capace di aiutare nello spogliatoio e specialista dall’arco, per cercare di aumentare questa percentuale, ormai decisiva per le sorti delle partite.
A questo si deve aggiungere la scarsa forma di Spida Mitchell, che ha vissuto un inizio stagione con parecchi infortuni che l’hanno tenuto fuori qualche partita e condizionato pesantemente in molte altre. Il suo impatto è nettamente inferiore rispetto a quello dell’anno scorso (anche perché le difese ora lo conoscono) e di conseguenza tutto il gruppo fa fatica.

Non uno o più singoli uomini, bensì un problema collettivo, tanto in difesa, tanto in attacco.
La soluzione? Potrebbe essere dietro l’angolo, e potrebbe arrivare da qualche trade!

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