I Denver Nuggets sognano in grande: fuoco di paglia o vera contender?

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Nikola Jokic – © twitter.com/denverstiffs

E’ sotto l’occhio di tutti la differenza abissale che separa le due Conference in termini di competitività.
Da un lato, ad Est, cinque squadre si contendono lo scettro di regina, mentre le altre dieci battagliano per il miglior piazzamento nella Draft Lottery di Giugno; dall’altro, ad Ovest, 14 squadre separate da una manciata di vittorie e ciascuna desiderosa di primeggiare sulle altre. E’ naturale, pertanto, che sul versante Occidentale della NBA regni sovrano un caos che, seppur divertente, rende complicato individuare un reale punto di riferimento. Ci hanno provato i Memphis Grizzlies, i Los Angeles Clippers, gli Oklahoma City Thunder, mentre sono in netta risalita Golden State Warriors e Houston Rockets; la vera sorpresa di questa prima metà di stagione sono, però, i Denver Nuggets. Sfuggita, pochi mesi fa, la qualificazione ai playoffs, la franchigia del Colorado sta superando le aspettative ricadute su sé stessa all’avvio della stagione, mantenendosi stabilmente nelle zone altissime del Selvaggio West (31-15, alle spalle dei Warriors con 33-14).
Dinanzi a certi exploit, però, il dilemma resta il solito: fuoco di paglia o vera contender?

Un trend sorprendente

Inaspettatamente alla seconda posizione della Western Conference (primi fino ad una settimana fa, ndr), il vero obiettivo di Denver è quantomeno tornare ai Playoffs (che mancano dal 2012/2013), per poi provare a spingersi il più lontano possibile. Una Regular Season fin qui condotta a pieni voti, vincendo praticamente sempre tra le mura amiche (20 vittorie a fronte di sole 4 sconfitte), trasformando il proprio stile di gioco da spettacolare ed inefficace a pragmatico ed equilibrato.

Infatti, pur mantenendo un offensive rating di tutto rispetto (110 punti di media), il segreto del successo degli uomini di Mike Malone risiede nel miglioramento delle prestazioni difensive, dimostrato anche dal quinto posto assoluto in termini di defensive rating (105). Quello che fino a pochi mesi fa era considerato senz’altro il tallone d’Achille dei Nuggets si è rapidamente trasformato in uno dei punti di forza, nonostante infortuni e malanni fisici continuano a stressare importanti elementi del roster.
Il segnale, pertanto, che il percorso finora compiuto dal team non è frutto del caso ma di un processo di maturazione cestistica che intercorre dal momento in cui coach Malone si è seduto sul pino del Pepsi Center di Denver circa tre stagioni orsono.

Un uomo solo al comando: Nikola Jokic

Punti, rimbalzi, assist e palle rubate: trasversale ed eclettico, Nikola Jokic domina i referti statistici della franchigia, dimostrandone di essere il presente ed il futuro.
I suoi numeri sentenziano circa 20 punti – frutto di un range di tiro che spesso scollina la linea da tre punti – e 10 rimbalzi di media, a cui abbina, sorprendentemente, 7.5 assist a partita, che descrivono un giocatore più unico che raro. Nella storia della NBA, infatti, solo Wilt Chamberlain, Oscar Roberson, Magic Johnson e Russell Westbrook sono riusciti a tenere statistiche simili a quelle del serbo.

Oltretutto, le sue doti da passatore lo rendono versatile a più soluzioni offensive: Jokic gioca con la stessa naturalezza in post basso, fuori dal pitturato, in pick and roll o da boa per allargare il campo e scaricare sul lato debole. Una vera gallina dalle uova d’oro per coach Mike Malone.

La funzionalità di un roster completo e profondo

In tempi recenti, a Denver hanno fatto tappa innumerevoli point-guard, accomunate dallo stesso minimo comune denominatore: flop!
Con Jamal Murray al timone, invece, Denver sembra aver decisamente cambiato marcia. Settima scelta al Draft del 2016, è esploso nella seconda parte della stagione scorsa, per prendere definitivamente in mano le redini del gioco nella regular season attuale. Inoltre, ad affiancarlo nello spot di point-guard, Monte Morris assicura punti necessari e freschezza in uscita dalla panchina.
E con l’infermeria occupata a turno dai vari Millsap, Harris e Barton, sono impossibili da non evidenziare gli apporti di Lyles, Hernangomez e Plumlee, a dimostrazione che tutto il roster (nello specifico i comprimari) ha migliorato il proprio rendimento rispetto a 12 mesi fa. Il tutto senza che Isaiah Thomas e Michael Porter Jr abbiano ancora tastato il parquet.

Fino a che punto potranno spingersi i Nuggets è un dilemma che solo fra qualche mese potrà essere svelato. Tanto più in una Conference dove, con un filotto di sconfitte, si può facilmente cadere anche al di fuori della zona playoffs. La presenza di LeBron James a LA sembra aver ulteriormente ingolfato il novero delle pretendenti alla post-season e solo la continuità di risultati è garanzia per tornare a disputare i match più infuocati. Tuttavia, se mantenere il comando della Conference appariva quasi impossibile, avendo alle calcagna team tecnicamente più dotati, giunti a questo punto risulterebbe un mezzo fallimento non conquistare uno dei primi quattro posti, un suicidio invece non centrare almeno l’ottava posizione.

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