LaVine, Markkanen e poco altro: cosa serve ai Bulls per tornare ai playoff?

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Il prossimo 14 giugno compirà 21 anni l’ultimo titolo vinto dai Bulls di Michael Jordan. Che è anche l’ultimo titolo, in senso generale, festeggiato a Chicago. Da allora, la franchigia della Windy City non ha nemmeno più fatto ritorno alle Finals e oggi più che mai sembra ben lontana dall’obiettivo. I playoff conquistati un paio di stagioni fa hanno fatto seguito a un paio di annate anonime, in cui le vittorie festeggiate sono state appena 49 in totale. Ancor più devastante è stata la regular season appena trascorsa, con appena 22 vittorie a fronte di ben 60 sconfitte. Che non sono valse l’ultimo posto in Eastern Conference soltanto perché i Knicks (17-65) hanno fatto all-in in termini di tanking per assicurarsi la prima scelta assoluta al prossimo Draft e perché i Cavaliers (19-63), per non farsi trovare impreparati alla prossima lottery hanno perso le ultime dieci partite consecutive. Per il resto, però, c’è stato ben poco per cui sorridere tra i Bulls in questo 2018/19 da dimenticare.

Chicago Bulls – © 2019 twitter.com/chicagobulls

LE FONDAMENTA

Di quel ben poco di cui vi parlavamo qui sopra, fanno parte quei quattro protagonisti che si sono distinti ad alti livelli in questa regular season, confermandosi la base su cui costruire il roster di Chicago in vista della prossima stagione. Zach LaVine è rinato in Ohio e ha collezionato numeri da All-Star: 23.7 punti a partita, con il 46.7% dal campo e il 37.4% da oltre l’arco, oltre a 4.7 rimbalzi e 4.5 assist di media. Grande protagonista al suo fianco, ben più atteso rispetto all’ex Timberwolves, è stato Lauri Markkanen, confermatosi eccellente prospetto nella propria seconda stagione in NBA: 18.7 punti e 8 rimbalzi a partita, ma anche tanta intensità in difesa. A loro si è unito il rookie Wendell Carter Jr, autore di una buona stagione d’esordio da 10.3 punti, 7 rimbalzi, 1.8 assist e 1.3 stoppate di media in appena 25 minuti di utilizzo a partita. E, a stagione in corso, dagli Wizards si è inserito a dovere Otto Porter Jr, in attesa di riscatto dopo tante stagioni tra incredibili alti e bassi nella capitale: per lui 17.5 punti a partita con spettacolari medie tanto dal campo (48.3%) quanto soprattutto da oltre l’arco (48.8%) su 5.3 tentativi a partita.

IL RESTO DEL ROSTER

Questo quanto è da salvare, mentre sul resto del roster aleggia ha un grosso punto di domanda. Un’ultimo anno di contratto consentirà di capire se val la pena di confermare il talentuoso Kris Dunn, autore di 11.3 punti e 6 assist in una stagione che ha dimostrato il suo valore quanto la sua incostanza di rendimento. Per il resto, Chicago è composta da uno sconnesso insieme di giocatori: ai free agent Rawle Alkins, Ryan Arcidiacono, Robin Lopez, Timothe Luwawu-Cabarrot, Brandon Sampson e Wayne Selden si uniscono Antonio Blakeney, Cristiano Felicio, Shaquille Harrison, Chandler Hutchinson e Denzel Valentine. L’obiettivo di Chicago dovrebbe essere quello di confermare, tra i possibili partenti, soltanto Arcidiacono e Lopez ai minimi salariali. La guardia da Villanova ha garantito una buona produzione dalla panchina sui due lati del campo, mentre il centro ha collezionato 15.9 punti e 5.8 rimbalzi, con il 61% al tiro, nelle ultime 20 partite stagionali, dimostrando di valere la conferma come guida spirituale di Carter Jr.

L’OFFSEASON

Dal Draft, posizione di scelta permettendo, dovrebbe arrivare un altro grande talento nel ruolo di guardia: al sogno Ja Morant da Murray State si accompagna la più possibile scelta di Darius Garland da Vanderbilt. Oltre a ciò, i Bulls avranno a disposizione all’incirca 28 milioni di dollari di salary cap prima di toccare la quota della luxury tax. Considerando una decina di questi occupati tra rookie e conferme dei free agent più appetibili, ne restano circa 20 per poter dare l’assalto a uno tra i free agent più in vista a disposizione in questa caldissima estate di trasferimenti. Difficile pensare a Kevin Durant, Kawhi Leonard e agli altri top player a disposizione, mentre è più probabile un investimento per un giocatore di alto livello quale J.J. Redick o Kemba Walker in cabina di regia, Julius Randle o Hassan Whiteside sotto canestro. E’ tutto nelle mani di Jim Boylen, ansioso di dare il via alla sua prima stagione da head coach dei Bulls fin dall’inizio. Il nucleo c’è, le speranze tra Draft e free agency non mancano: 21 anni dopo le Finals sono ancora molto lontane, ma con le giuste mosse in offseason potrebbero presto tornare un obiettivo concreto.

2 Commenti

  1. I giocatori che fanno davvero la differenza in Nba sono 4/5 se non prendi uno di questi gli altri non ti fanno fare il salto di qualita’.

    • Vero, però contando che quei 4-5 difficilmente si muovo o comunque se lo fanno difficilmente vanno in una squadra in ricostruzione, c’è bisogno di mettere delle basi solide prima di pensare a questi.
      Diciamo che i Bulls hanno una discreta base, ma devono per forza di cose trovare qualcuno dal Draft e dalla free agency in grado di farli crescere ulteriormente prima di pensare a qualche vero big.

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