OKC Thunder ancora fuori al primo turno. Da dove ripartire dopo la delusione?

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Il mirabolante tiro di Lillard da centrocampo segna la parole fine sulla stagione degli Oklahoma City Thunder. I playoffs 2019 dei Thunder sono durati il tempo di un attimo: 4-1 in favore dei Portland Trail Blazers e nulla più. Portland, in realtà, partiva senza avere dalla sua i favori del pronostico, vista anche la pesante assenza di Nurkic, centro titolare della squadra, eppure la voglia di rivalsa di Lillard e compagni ha ribaltato pronostico ed avversari, condannando OKC ad un’ennesima stagione anonima.

Come è spesso capitato negli ultimi anni, Oklahoma ha deluso le alte aspettative di tifosi ed addetti ai lavori che, prima dell’inizio della post season, la davano come favorita per giocarsi contro i Warriors l’accesso alle Finals, soprattutto per via di un tabellone, tutto sommato, “agevole” (avrebbe affrontato Houston o Golden state, appunto, solo alle finali di conference). La serie contro Portland ha sancito due cose chiare ed inequivocabili, una conseguenziale all’altra: OKC non è la squadra che pensavamo che fosse (lo sarà mai?), ed è quindi la vera grande delusione di questi playoffs, quantomeno ad ovest.

Paul George versione MVP non basta, serve una svolta nella gestione tecnica

Quando si parla di svolta della gestione tecnica non significa necessariamente cambiare allenatore. Anche perché il navigato Sam Presti, GM dei Thunder, ha fatto capire abbastanza chiaramente che Billy Donovan sarà l’allenatore di OKC anche per la prossima stagione. Donovan, alla guida della franchigia dell’Oklahoma da quattro stagioni, di cui tre chiuse consecutivamente al primo turno dei playoffs, è di sicuro un ottimo allenatore – in Florida ha fatto la storia vincendo 2 campionati NCAA consecutivi -, lo dimostra di fatto anche il suo primo anno, quando portò OKC sul 3-1 contro gli Warriors delle 73 vittorie, poi, però, sappiamo tutti come è andata a finire. Non è ancora riuscito a dare un’identità tecnica definitiva ai suoi Thunder, sebbene per ampi tratti in questa stagione ed in quelle precedenti Oklahoma abbia dato l’impressione di essere una squadra tosta, difficile da affrontare per chiunque. La fiducia che la società sembra riporre in lui deve dare all’ex allenatore dei Gators la sicurezza ed il coraggio per fare delle scelte, anche estreme, che possano aumentare la qualità della pallacanestro giocata dalla squadra e far rendere al meglio il connubio tecnico George-Westbrook.

Paul George viene da una stagione stellare dal punto di vista personale con 28 punti di media a partita (solo Harden ha segnato di più); ha fatto registrare il massimo in carriera per rimbalzi (8.2), per triple tentate a partita (quasi dieci di media), e per tiri presi dal campo (21 ogni sera), a cui fa seguito un’ottima percentuale realizzativa che sfiora il 44%. A metà stagione lui ed i Thunder volavano, a tal punto che si parlava di George come serio candidato al titolo di MVP e di difensore dell’anno. Una sicurezza ed una strapotenza tecnica in entrambe le metà campo che mai il numero 13 ci aveva fatto vedere. Questo, naturalmente, agevolato dal fatto che Westbrook aveva definitivamente lasciato a lui lo scettro della prima punta, accontentandosi del ruolo di secondo violino. Si veda ad esempio lo usage di George – ovvero il numero di possessi utilizzati in 40 minuti –  che è aumentato nettamente rispetto a quello della scorsa stagione (dai 25.3 ai 29.6 di quest’anno): segno evidente del “passo indietro” del numero 0. L’infortunio alla spalla occorsogli contro Denver a fine Febbraio ha però debilitato fortemente lui e la squadra: i Thunder fino a quel momento avevano il terzo miglior record ad ovest (38-21), da lì in poi 49-33 e sesto posto finale.

George si è portato dietro il problema alla spalla per tutto il resto della stagione, rimandando l’intervento chirurgico a fine stagione (avvenuto qualche giorno fa con successo, ma gli impedirà di essere presente all’inizio del prossimo training camp). Ha sostanzialmente giocato da infortunato la serie contro i Blazers, riuscendo comunque a segnare più di 28 punti a partita, seppur con pessime percentuali dall’arco (poco sopra il 31%). Lo stesso Westbrook ha giocato i playoffs con un infortunio di non grande entità alla mano debole (anche lui, poi, costretto ad operarsi), ed è – come era inevitabile che fosse – sul playmaker col numero 0 sulla schiena che si è concentrato il fuoco della critica dopo l’eliminazione.

Si vive o si muore con Westbrook

Russell Westbrook è uno dei giocatori più polarizzanti dell’intera lega: o lo si ama o lo si odia, e lui stesso sembra volere che sia così. Una delle tesi principali dei suoi “haters” è che giochi solo per le statistiche (“stats chasing” dicono dall’altra parte dell’oceano), ovvero che faccia di tutto per finire in tripla doppia tutte le sere. Sì, perché Westbrook ha concluso la terza stagione consecutiva in tripla doppia per punti, assist e rimbalzi. Una follia. Ma mentre tre anni fa ciò lo rendeva di diritto un MVP, da un paio d’anni a questa parte raggiungere la tripla doppia di media non è più considerato sufficiente, ed è anzi oggetto di un aspro dibattito; non si capisce perché, ma si ha quasi l’impressione che sia diventata una cosa normale, scontata perfino. Ognuno può legittimamente avere la propria opinione su questo, sta di fatto che lui è il solo a realizzarla. Da questo punto di vista non è difficile essere d’accordo con Westbrook quando afferma (forse con eccessiva arroganza, ma nel suo pieno stile) che se fosse così facile, in molti lo farebbero.

E’ impossibile vincere con Westbrook! Durant se n’è andato proprio per questo!“, oppure “Se non cambia modo di giocare non vincerà mai!” queste le frasi che hanno maggiormente accompagnato la carriera del numero 0, aumentate in modo spropositato da quando KD ha lasciato l’Oklahoma direzione Oakland, California. Lui ha sempre risposto che di quello che di negativo pensa e dice la gente non gliene importa assolutamente nulla, perché conosce il suo valore e sa quanto di unico e importante possa dare.

Questo è Westbrook, totale ed esorbitante confidenza nei propri mezzi, ed è impossibile – arrivati a questo punto della sua carriera – che si comporti o giochi diversamente. Gioca con una cattiveria agonistica e con un ardore che non ha eguali, sempre al massimo del motore, incurante se di fronte gli si pari un muro o se la strada sia perfettamente sgombra, lui continua, alla sua velocità ed al suo ritmo, a prescindere da tutto. E’ il suo più gran pregio ed allo stesso tempo il suo più evidente difetto; ed è per questo che risulta difficile giocare con lui, proprio per via delle sue caratteristiche così peculiari. Un giocatore così può portarti a vette altissime o farti scendere nell’abisso in un attimo. Westbrook ha spesso oscillato verso quest’ultimo.

Quest’anno ha stretto un patto col suo orgoglio, riconoscendo per la gran parte delle partite Paul George come principale giocatore; escluso questo, il suo stile di gioco non si è modificato di una virgola. Ha peggiorato sia la sua percentuale dal campo (42.8% rispetto al 44.9% della scorsa stagione), sia dalla linea dei tre punti (29%); ma soprattutto è calata drasticamente la sua percentuale dalla lunetta, solo il 65.6%. Eppure ha sfiorato la tripla doppia di media anche nelle 5 gare di playoffs, 22.8 punti, 9 rimbazi e 10.7 assist a partita. Ma con Westbrook non è (solo) una questione di numeri.

OKC per i prossimi quattro anni, tanti quanto sono quelli garantiti dal contratto del suo playmaker, andrà dove la porterà Westbrook, indipendentemente da Paul George. Riuscirà mai a fare quel salto, prima di tutto mentale, che possa permettere a lui – ed alla squadra tutta – di ottenere maggiore equilibrio, più controllo, in una parola, la maturità, il che significherebbe diventare un vincente? Il passato tende a dirci che si tratta di una domanda retorica, ma la speranza deve essere l’ultima a morire.

E gli altri?

In conclusione, è giusto menzionare anche gli “altri”, quei giocatori su cui non cade abbagliante la luce dei riflettori. Essendo uno sport di squadra, la colpa non può ricadere solo e soltanto su Westbrook. Steven Adams, ad esempio, dovrà necessariamente essere più pericoloso nella metà campo offensiva; qualcosa di moto interessante l’ha fatta vedere quest’anno, ma serve lo step successivo, lui che ne ha fatti di enormi da quando è entrato nella lega. Schroder, per quanto molto valido da un punto di vista realizzativo, non da l’idea di poter ricoprire al meglio il ruolo di sostituto di Westbrook, o giocarci insieme nei finali di partita, essendo anche lui tutto fuorché uno cerebrale. Inoltre, ci si è dimenticati con eccessiva facilità dell’assenza di un giocatore fondamentale come Roberson, difensore straordinario, rimasto fuori tutta la stagione per la rottura del tendine del ginocchio. OKC ha il secondo monte ingaggi della lega e sessanta milioni di luxury tax da pagare, lo spazio per i movimenti di mercato è dunque davvero esiguo; il prossimo anno si ripartirà sostanzialmente da questi giocatori, non una notizia negativa per i tifosi Thunder, poiché con questi giocatori si può e si deve fare molto di più.

Adams, Westbrook e George – © 2019 facebook.com/okcthunder

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