Preview NBA: Atlantic Division 2019/2020

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L’Atlantic è la Division che annovera le squadre di più alto spessore ad Est, ma non saranno i detentori del titolo, i Toronto Raptors, con ogni probabilità, a guidarla nel corso della prossima stagione. I Sixers hanno nuovamente cambiato faccia, e con un Horford in più, appaiono di diritto i favoriti.
Segue poi Boston, che ha affidato la leadership della squadra a Kemba Walker e che attende l’exploit dei suoi giovani. Ma attenzione ai nuovissimi Nets, sì privi di Durant ma pronti sin da subito a dire la loro con Irving a guidarli. Un po’ più staccata dalle prime tre c’è Toronto, e non può esser altrimenti, avendo perso l’artefice del titolo dello scorso anno, Kawhi Leonard. Fanalino di coda è invece New York, i Knicks sembrano (essersi) condannati ad un altro lungo periodo di anonimato.

1 – Philadelphia 76ers

Philadelphia potrebbe essere la squadra migliore ad Est, ha tutto ciò che serve per dominare la Conference, e non solo. Ad oggi è una delle più accreditate per la vittoria del titolo. In estate ha cambiato moltissimo dovendo far fronte a pesanti perdite, quali quella di un certo Jimmy Butler o di uno straordinario tiratore come J.J. Redick. Non ha rinforzato di molto la panchina, il punto debole della scorsa stagione, ma dalla free agency è arrivato un pezzo da novanta: Al Horford. “Big Al” sarà decisivo nei futuri equilibri di squadra in entrambe le metà campo; il suo innesto significa molto soprattutto da un punto di vista difensivo: l’accoppiata Horford-Embiid può essere il nucleo della difesa meno battuta dell’intera NBA. Per non parlare poi della pericolosità offensiva. La versatilità di Horford, la strapotenza di Embiid, la pericolosità di Harris – rifirmato a 180 milioni per 5 anni -, il tiro “pesante” dei Josh Richardson (arrivato da Miami in cambio di Butler), degli Scott, degli Ennis. Insomma, Philadelphia si fregia di un arsenale di fuoco. E se Simmons ed Embiid dovessero aggiungere quel quid in più (soprattutto mentale) per fare quel salto di livello definitivo, allora i Sixers potrebbero finire la stagione non prima della metà di giugno.

2 – Boston Celtics

I Celtics, considerati nelle ultime due stagioni come i principali antagonisti degli Warriors assieme ai Rockets, devono riscattare una stagione fallimentare, chiusa al secondo turno dei playoffs (un pesante 4-1 contro i Bucks di Giannis), dopo una lunga sequela di polemiche e malumori, litigi e critiche tra stessi compagni di squadra. Irving, Horford e Morris, i tre perni della squadra, hanno sfruttato la free agency per cambiare aria. Quel vasto potenziale che lasciava credere ad un dominio di Boston negli anni a venire, ad Est e nella lotta per il titolo, si è dissolto nel nulla. La prossima stagione sarà per i Celtics una sorta di anno 1 o anno 0: si ricomincia da Kemba Walker e da Enes Kanter, i due principali innesti. Da Tatum e da Brown, a cui verrà dato più spazio e a cui, verosimilmente, verrà tolta un po’ di pressione da compagni di squadra ingombranti (leggasi Kyrie Irving), sperando che possano far sbocciare totalmente il loro talento. Molto dipenderà da Kemba Walker, scelto da Danny Ainge come erede di Irving, a cui Boston dovrà chieder molto non soltanto da un punto di vista tecnico, ma è sul piano emotivo-carismatico che il playmaker ex Hornets dovrà far sentire il suo peso. Che possa riuscire a farlo è a tutti gli effetti una scommessa: Walker è alla prima esperienza in una grande squadra, non è certo dello stesso livello tecnico del suo predecessore, e di sicuro non abituato alla pressione che comporta giocare sotto i riflettori di una grande franchigia NBA.
Almeno sulla carta Boston sembra inferiore rispetto alle precedenti edizioni ma meno pressioni e meno aspettative possono far sì che i ragazzi di Brad Stevens diventino protagonisti di una stagione d’alto livello.

3 – Brooklyn Nets

A Brooklyn è nata una nuova era. La franchigia è quella che rivoluzionato di più in estate sacrificando D’Angelo Russell che giocando da All-Star ha guidato i Nets fino ai playoffs, traguardo che non raggiungevano da ben 4 anni. Un sacrificio quanto mai indolore, perché ha permesso l’approdo ai Nets dei nuovi “Big three”: Durant, Irving, DeAndre Jordan. Sean Marks è riuscito a sorpresa a convincere della bontà del progetto Nets uno dei free agent più richiesti, Durant ed è stato capace di mantenere sostanzialmente intatto il nucleo di buoni giocatori che tanto bene aveva fatto la stagione passata: LeVert, Dinwiddie, Allen, Harris, tutta gente che aggiunge valore al summenzionato trio. Kenny Atkinson, poi, si è dimostrato uno dei coach più preparati della Lega, imprimendo alla sua squadra uno stile di gioco moderno, veloce e divertente, in grado di valorizzare le qualità dei singoli (probabilmente, un motivo in più che ha spinto Irving e Durant a firmare). Sembrano lontanissimi gli sciagurati anni del rebuilding, causato dalla fallimentare strategia del “voglio vincere subito, costi quel che costi” voluta dal presidente Prokhorov, ora, Brooklyn potrà seriamente lottare per il titolo e farlo, con ogni probabilità, per più stagioni. Tuttavia, i veri Nets si vedranno dall’anno prossimo, dal momento che dovranno far a meno per tutta la stagione di Kevin Durant, che come spiegato dal GM impiegherà tutto l’anno per recuperare dall’infortunio al tendine d’Achille. Ecco perché il record di vittorie previsto non si distanzia molto dalla cifra della stagione passata (42-40). Una nuova squadra, con equilibri ancora tutti da definire, priva del suo miglior giocatore, necessita ovviamente di un lungo periodo d’assestamento. Ma il futuro parrebbe tutto dalla loro parte.

4 – Toronto Raptors

Toronto è in una situazione assolutamente anomala per una squadra detentrice dell’anello. Masai Ujiri aveva scommesso tutto su Kawhi Leonard l’anno passato, ben consapevole di non aver alcuna garanzia sulla permanenza del giocatore in Canada per più di una singola stagione. Così è stato, Kawhi ha scelto i Clippers, ma Toronto si ritrova con uno storico titolo in più in bacheca. Privata di quello che è stato a tutti gli effetti l’artefice principale della vittoria finale, Toronto non sembra assolutamente in grado di poter difendere il titolo. Oltre a Leonard, i Raptors hanno perso un giocatore prezioso come Danny Green ed entrambi non sono stati adeguatamente sostituiti. Una cifra rende perfettamente l’importanza di questi due giocatori: quando Leonard e Green erano in panchina, Toronto vantava un plus/minus di -2.5 punti per 100 possessi la scorsa stagione.
Tutto ciò non significa che Toronto sia da buttare. Lowry, Siakam (giocatore più migliorato della scorsa stagione), Ibaka, Powell, VanVleet, Anunoby e Gasol (che ha deciso di rimanere esercitando la player option), rappresentano un buon nucleo di giocatori, che nella mani sagge di Nick Nurse (vincitore di un titolo NBA al suo primo anno in panchina), possono ancora rendere molto. Ma il livello è nella sostanza mediocre, i Raptors potrebbero viaggiare con un buon record in regular season, ma nei playoff rischiano di far molta più fatica. Ujiri avrà tanto da lavorare per ricostruire un futuro d’alto livello per i suoi Raptors, ma avendo già scritto la storia, potrà godere di tutta la fiducia e del tempo del mondo.

5 – New York Knicks

Se da una parte della Grande Mela, sponda Brooklyn, si brinda a Champagne aspettando e pregustando i futuri successi, dall’altra non si riesce ancora a scorgere la fine della lunghissima salita. I New York Knicks si ripresentano ancora, per l’ennesima stagione come una delle peggiori squadre della Lega. Quest’anno, però, la malinconia del tifoso Knicks sarà ancor più accentuata e difficile, se non impossibile, da scacciar via, visti gli iperbolici proclami della dirigenza in vista della free agency 2019. Nessun free agent importante ha scelto di sposare il progetto dei newyorchesi. Ma oltre al danno, pure la beffa, sia Irving che Durant, di cui in inverno se ne parlava come se già vestissero la canotta blu arancio, hanno optato per la sponda opposta cittadina, quella sicuramente più organizzata. Perché questa la principale deficienza dei Knicks, la totale mancanza di organizzazione, o per meglio dire, di progettazione. Nessun giocatore di alto livello sarebbe mai disposto a legarsi per molti anni ad una franchigia in cui non si intravede un piano tecnico, una strategia definita.
Ne è una riprova il mercato di quest’estate. I Knicks hanno messo sotto contratto 4 giocatori dello stesso ruolo, 4 Power Forward: Randle, Taj Gibson, Bobby Portis e Marcus Morris. Hanno dato vita ad un inseme amorfo di veterani e giovani promesse, ad un gruppo che già sulla carta appare mal assortito: perché prendere Portis o Bullock quando si ha Knox in quel ruolo da far crescere e valorizzare? Perché firmare per 2 anni a 16 milioni un giocatore come Payton che rischia di creare una sciagurata concorrenza ad un prospetto di assoluto valore come RJ Barret, avendo, per altro, già Dennis Smith Jr. nel reparto guardie?

I Knicks sembrano non riuscire più a tirarsi fuori dal circolo vizioso in cui si sono infilati ormai molto tempo addietro. Il periodo dei trionfi per questa gloriosa franchigia NBA è lontano sia se si guarda al passato sia se si guarda al futuro. E a meno di cataclismi, i tifosi Knicks si dovranno armare di tanta pazienza anche la prossima stagione, rassegnandosi alla prospettiva di guardare gli altri ancora dal fondo della classifica. Con la speranza che un giorno si possa finalmente invertire questa tradizione, rompere finalmente la “maledizione” che avvolge questo lato della New York cestistica.

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